Annotazioni per una buona comunicazione nelle riunione e negli incontri fraterni

Annotazioni per una buona comunicazione nelle riunione e negli incontri fraterni

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


02 Luglio 2018 alle 06h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

Chi desidera parlare prima pensi seriamente se la parola che vuol dire è vera, è necessaria, è buona. La comunicazione, allora, sarà efficace e benefica, favorirà la comunione e l’unità. Quanto meglio si comunica, tanto meglio si umanizza e migliora la convivenza umana. È un “mestiere” lungo quello di imparare a comunicare, ci vuole disciplina, silenzio e riflessione. Le parole non vere, non necessarie e non buone fanno male, possono anche uccidere. Quando questo succede si deve riparare con la richiesta  di perdono, prima di parlare nuovamente. Il modo in cui comunichiamo influisce moltissimo nelle relazioni.

Chi desidera parlare chieda la parola e sia breve. I “logorroici” non piacciono a nessuno. La parola detta non sia mai contro “qualcuno”, o contro coloro “che hanno portato il peso di  governo”, perché grande è la responsabilità di quanti li hanno eletti e hanno agito con spirito di parte, e ora non fanno nemmeno una giusta autocritica. Le parole devono essere sempre pronunciate da portatori sani di fiducia.

Chi desidera parlare faccia molta attenzione affinché con le parole e il tono di voce non si freni, si respinga o si calpesti il lavoro di altri. Con le parole non si proponga solo attitudini di negazione e di ripiegamento pessimista, perché sono catene e non vie di guarigione e di speranza. Il negativismo non ha mai aiutato nessuno. Meglio ringraziare così: “ti ringrazio Signore Dio, che le cose non vanno a modo mio”. Le persone che ci ascoltano, sentiranno che sono importanti per noi.

Chi desidera comunicare verifichi se le sue parole hanno radici nella Parola, se lui stesso ha capacità di ascolto e accoglienza della Parola di Dio. Inoltre verifichi se é disposto a cambiare opinione e ad apprezzare la libertà con la quale Dio fa crescere e ci cambia. Le nostre risposte a Dio non hanno bisogno di giustificazioni, siano semplici e vere: sì quando è sì e no quando è no. A Lui possiamo dire di no e Lui rispetta la nostra libertà. Se non fosse così avremo a che fare con una dittatura e non con il regno di Dio. Lo Spirito Santo consola e corregge, non reprime e non punisce.

Chi desidera comunicare lo faccia con umiltà e spirito di ricerca del bene comune, non mirando a vittorie personali. Usando parole dure si cerca solo se stessi e non un miglioramento della reali situazioni in cui ci incontriamo. Non é bene navigare con le parole nel mare infinito delle aspettative, delle proiezioni delle frustrazioni, delle ipotesi, dei sogni, delle contraddizioni, meglio navigare nel mare della realtà e non credere ingenuamente che “Se i fatti non si accordano con le mie teorie, tanto peggio per i fatti”.

Chi usa parole vere, necessarie, buone, evita le chiacchiere e le mormorazioni. La nostra coscienza critica deve essere sempre vigile sulle parole che usiamo perché, se è vero che siamo circondati dalla Grazia, siamo però inzuppati di abitudine a sparlare e alla mormorazione, che è la “preghiera del demonio”. La parola serve per illuminare e a comunicare vita, e non per sedurre o generare confusione, oscurità e stanchezza interiore.

Chi usa parole vere, necessarie e buone smette di parlare appena ha detto quello che serve, non continua a parlare perché ancora  non ha detto tutto. Solo spegnendo il rumore di questo protagonismo è possibile l’ascolto degli altri, evitando l’informazione di facile consumo che non impegna. Le parole vere, necessarie buone, ricostruiscono con chiarezza i contesti delle problematiche presenti, spiegandone le cause; avvicinano le persone rafforzando i legami che sostengono la comunità; sono moderate davanti all’intransigenza e alla durezza verbale di quanti usano le parole come frecce e gli altri come bersagli.




Copertina.






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