DIES NATALIS del P. Antonio Cavanis - Invece di lamentarsi cosa è meglio fare?

DIES NATALIS del P. Antonio Cavanis - Invece di lamentarsi cosa è meglio fare?


12 Marzo 2016 alle 08h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


Formazione.

Nella memoria del DIES NATALIS del P. Antonio Cavanis (12 Marzo) - Invece di lamentarsi cosa è meglio fare?

Invece di lamentarsi è meglio fare quello che ha fatto P. Antonio Cavanis con l’aiuto del Fratello Marco. Non hanno scelto di “sopravvivere”, ma con fede robusta hanno scelto di essere significativi e alternativi a ogni tipo di deriva e di disperazione: “Il mondo in cui viviamo siamo chiamati ad amarlo e servirlo anche nelle sue contraddizioni”. P. Antonio e P. Marco volgendo lo sguardo a Dio, Padre Provvidente e misericordioso, si sono presi cura di giovani e ragazzi, facendo ciascuno la “sua parte” e puntando l’attenzione sull’essenziale del Vangelo: in Gesù, la Misericordia fatta carne, rende visibile il grande mistero dell’Amore trinitario di Dio. 

( 01 ) Per cambiare le cose, non serve continuare a ripetere: “Piene le piazze, vuote le chiese”, e vivere con insipienza il progressivo scollamento tra Chiesa e fedeli. Il Vangelo ci invita ad essere adoratori e non narcisi, perché la vita è sterile quando non sa essere aperta alla missione e non è profetica. La somma di molte slealtà, nei suoi confronti, non sarà mai una virtù. La fede non è destinata a sparire, ma occorre prendere coscienza dell’attuale situazione di secolarizzazione. La sfida epocale è la trasmissione della fede alle nuove generazioni in famiglia, testimoniando con la vita credibile quello che crediamo. 

( 02 ) Non serve spaventarsi davanti agli enormi problemi che riguardano la famiglia e l’identità uomo/donna. Meglio adottare una prospettiva di genere per riconoscere e valorizzare la differenza tra uomo e donna, e anche superare le rappresentazioni che hanno alimentato l’ingiusta marginalità della donna. Nella nostra epoca di profondi cambiamenti, la Chiesa è chiamata ad offrire il suo contributo peculiare, rendendo visibili i segni della presenza e della vicinanza di Dio nell’uomo e nella donna. 

( 03 ) Davanti alle sfide delle problematiche educative non servono censure o repressioni è meglio che gli educatori e i genitori cerchino di “capire cioè di venirne a capo” e di non perdere la fiducia. Scrive una giovane: “sono stanca, veramente stanca, di sentire che siamo in mano a gente incapace. Non siamo in mano di nessuno, siamo nella mani di noi stessi. Siamo noi con i nostri pensieri, con il nostro spirito critico, con la nostra curiosità di conoscere quello che viene taciuto, con la nostra penna e con le nostre parole. L’idea secondo cui siamo nelle mani di incapaci è l’idea più distruttiva che possa esistere. Forse dimentichiamo che ognuno di noi, in un modo o nell’altro, ha delle responsabilità verso questo mondo. Avevo una decina d’anni quando sognavo di andare in Africa come missionaria per salvare tanti bambini. Mia mamma mi disse: “Inizia a mettere a posto la tua camera, anche questo è un servizio”. E’ la piccolezza dei gesti ché è difficile da raggiungere! 

( 04 ) Conoscendo i molteplici scandali o la “sporcizia” che affliggono la Chiesa, il Magistero e i fedeli, non serve fare i puritani: “Bisogna studiare un percorso formativo dei sacerdoti e religiosi, parallelo rispetto al curriculum teologico. Questo voleva il Concilio. Al ministero non ci si autocandida, semplicemente perché si sono terminati gli studi teologici. Al momento dell’ordinazione questi tali li si canonizza, sono martiri, eroi; il giorno dopo sono facili prede di mille fantasmi pronti a violare la vita e la fede. La missione, il ministero, non riguardano ciò che dobbiamo fare, ma ciò che dobbiamo essere, riguardano la formazione all’identità e per questo è necessario accogliere la Misericordia e convertirsi”. Bisogna lasciarsi impastare nella Misericordia del Padre. 

Scrive Papa Francesco: “Un Anno Santo, per vivere la misericordia. Ci è offerto per sperimentare nella nostra vita il tocco dolce e soave del perdono di Dio, la sua presenza accanto a noi e la sua vicinanza soprattutto nei momenti di maggiore bisogno. E’ un momento privilegiato perché la Chiesa impari a scegliere unicamente “ciò che a Dio piace di più”. E, che cosa è che “a Dio piace di più”? Perdonare i suoi figli, aver misericordia di loro, affinché anch’essi possano a loro volta perdonare i fratelli, risplendendo come fiaccole della misericordia di Dio nel mondo”. Niente è più importante di scegliere ‘ciò che a Dio piace di più’, cioè la sua misericordia, il suo amore, la sua tenerezza, il suo abbraccio, le sue carezze!”.

“Sant’Ambrogio, in un libro di teologia prende la storia della creazione del mondo e dice che Dio ogni giorno, dopo aver fatto una cosa - la luna, il sole o gli animali – dice: ‘Ed io vidi che questo era buono’. Ma quando ha fatto l’uomo e la donna, dice: ‘Vidi che questo era molto buono’. Il santo si domanda: ‘Ma perché dice molto buono?’. Perché Dio è tanto contento dopo la creazione dell’uomo e della donna? Perché alla fine aveva qualcuno da perdonare. La gioia di Dio è perdonare, l’essere di Dio è misericordia”. “«Sentire forte in noi la gioia di essere stati ritrovati da Gesù, che come Buon Pastore è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti. Così rafforzeremo in noi la certezza che la misericordia può contribuire realmente all’edificazione di un mondo più umano. Specialmente in questi tempi, in cui il perdono è un ospite raro negli ambiti della vita umana, il richiamo alla misericordia si fa più urgente: nella società, nelle istituzioni, nel lavoro e nella famiglia”.

“Anche la necessaria opera di rinnovamento delle istituzioni e delle strutture della Chiesa è un mezzo che deve condurci a fare l’esperienza viva e vivificante della misericordia di Dio che, sola, può garantire alla Chiesa di essere quella città posta sopra un monte che non può rimanere nascosta (cfr Mt 5,14). Risplende soltanto una Chiesa misericordiosa! Se dovessimo dimenticare che la misericordia è “quello che a Dio piace di più”, ogni nostro sforzo sarebbe vano, perché diventeremmo schiavi delle nostre istituzioni e delle nostre strutture, per quanto rinnovate possano essere. Ma saremmo sempre schiavi”.

“Qualcuno potrebbe obiettare: è giusto contemplare la misericordia di Dio, ma ci sono molti bisogni urgenti!. È vero, c’è molto da fare. Però bisogna tenere conto che, alla radice dell’oblio della misericordia, c’è sempre l’amor proprio. Nel mondo, questo prende la forma della ricerca esclusiva dei propri interessi, di piaceri e onori uniti al voler accumulare ricchezze, mentre nella vita dei cristiani si traveste spesso di ipocrisia e di mondanità. Tutte queste cose sono contrarie alla misericordia. I moti dell’amor proprio, che rendono straniera la misericordia nel mondo, sono talmente tanti e numerosi che spesso non siamo più neppure in grado di riconoscerli come limiti e come peccato. Ecco perché è necessario riconoscere di essere peccatori, per rafforzare in noi la certezza della misericordia divina. È da ingenui credere che questo possa cambiare il mondo? Sì, umanamente parlando è da folli, ma «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,25). P. Diego Spadotto CSCh

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