La famiglia...

La famiglia...

La famiglia nella vita di P. Antonio e P. Marco Cavanis, nella storia della Congregazione delle Scuole di Carità e nell’oggi dell’"AMORIS LAETITIA". Anno Santo della Misericordia.


20 Giugno 2016 alle 12h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di Fernando Riqueto


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“Coraggio famiglia, speranza dell’umanità” e “Famiglia, sei forte!”, sono i titoli di due opuscoli che riguardavano la situazione della famiglia, una decina di anni fa. Nonostante i titoli di incoraggiamento, la situazione delle famiglie è tutt’altro che migliorata e, oggi, l’attenzione sulla famiglia è stata richiamata nella Chiesa da due Sinodi e dall’ Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia” di Papa Francesco. Scorrendo le pagine di questo bellissimo documento, si riscoprono i motivi di gioia e di speranza, ma anche le problematiche e le sfide che la famiglia affronta ai nostri giorni. Per quanto riguarda l’istituzione “famiglia” continua “un complotto di parole e di comportamenti”, che rende difficile il discernimento secondo verità.

Dire “Amoris Laetitia”, significa dire: coraggio vita di coppia uomo/donna, paternità e maternità; coraggio dialogo, fiducia reciproca, fedeltà; coraggio genitori e figli, educazione del cuore, vita e futuro; coraggio scuola, educatori e insegnanti. Vale la pena occuparsi decisamente della famiglia, come istituzione, per tentare di far chiarezza dentro la manipolazione linguistica e ideologica in cui è caduta. Compito non facile. Oltre che prendersi cura della famiglia in se stessa, c’é bisogno continuamente di difenderla contro le strumentalizzazioni e le irresponsabilità dei vari poteri che determinano i destini della società. Bisogna fare questo non per opportunismo  o per ricevere applausi dalle masse manipolate, le cui opinioni sono tenute al guinzaglio dalle mode e dalle emozioni passeggere.
 

IERI

La famiglia di origine dei Cavanis era una famiglia serena, educatrice secondo i valori umani e cristiani. I genitori, Giovanni e Cristina, amavano i figli, dando loro il necessario per la crescita fisica e intellettuale; formavano il loro “cuore” con saggezza e lungimiranza, incamminandoli al lavoro e alla responsabilità, fin da giovani. Armonioso era il rapporto di amore e stima dei genitori, tra loro e i figli e dei figli tra di loro. Il buon clima familiare si esprimeva attraverso colloqui affettuosi tra tutti i membri della famiglia. L’esperienza positiva della paternità e maternità, ha preparato Antonio e Marco a diventare “veramente padri” di tanti ragazzi, che non avevano la grazia di sperimentare il calore di una famiglia e “come è buono il Padre Celeste”. “I pii genitori, Giovanni e Cristina, educarono i figli con rara sensibilità pedagogica e cristiana; e i figli impararono da loro l’amor di Dio, lo zelo per le anime, l’amore ai poveri. Ancor piccoli cominciarono a frequentare le funzioni religiose, ad accostarsi ai sacramenti, a occupare utilmente il tempo fuggendo l’ozio, a essere leali con se stessi e con gli altri” (Pos. VI). Così, Antonio e Marco sono cresciuti affettivamente sensibili e solidali: “Si sconcertavano per la profonda disuguaglianza sociale che li circondava e assillavano il padre con mille domande: perché esistono pochi ricchi e molti poveri? Perché si disprezzano i poveri? Perché i bambini poveri non vanno a scuola? Che colpa ne hanno loro?… Essi vogliono sapere chi ha la colpa … Però, se tutti facessero come il papà, Venezia sarebbe una città più giusta … In uno slancio di sintonia fraterna, entrambi dicono quasi la stessa frase: in futuro voglio amare come papà e mamma … amare i figli degli altri” (Afonso de Santa Cruz, Os dois leões de Veneza).

Dopo un’accurata istruzione ed una positiva esperienza di lavoro nella Segreteria della Repubblica Veneta, Antonio e Marco, abbandonarono l’idea di formarsi una famiglia naturale e scelsero di vivere la vocazione alla paternità spirituale, dedicandosi ai ragazzi più poveri della loro città. La Carità del Padre celeste diventerà, progressivamente, missione educativa di aiuto alle famiglie, e “finirà solo quando finiranno le necessità dei poveri e dei piccoli”. Vedendo la triste situazione delle famiglie e di tanti ragazzi che erano “come pecore senza pastore”, si convinsero che il male trionfava perché “i buoni incrociavano le braccia…l’omissione dei così detti buoni e il degrado della famiglia provocavano un’orrenda strage della gioventù”. Nella Venezia della prima metà del secolo XIX, la povertà e la decadenza dei costumi avevano penalizzato fortemente tutte le strutture della società e, in particolare, le famiglie della città e delle campagne: “…siamo in tempi in cui, almeno nella città di Venezia ed in altre ancora, non vi è più educazione né pubblica né privata, sicché crescendo i giovani senza pascolo e senza freno evidentemente sovrasta uno spaventoso avvenire. Che manchi comunemente la disciplina domestica è cosa assai manifesta, visto che si è resa tanto comune nei genitori l’ignoranza, la scostumatezza e la povertà; che manchi ancora la pubblica educazione si può conoscere, ad evidenza, quando si rifletta come sia impossibile sperare tutto questo dalle Pubbliche Scuole, visto che è certo che non l’hanno nemmeno proposta, perché, dicono, che le Pubbliche Scuole sono state istituite solo per il semplice insegnamento, e non per occuparsi di dare paterna educazione cristiana, cioè avere cura diligente dei giovani, vigilare sulle loro passioni nascenti, procurare di correggerle, dar loro sempre gli aiuti più opportuni, incamminandoli finalmente alla pratica della Religione…” (EMM  I 553). 

Scrive P. Marco: “Cerchiamo qui di supplire a quelle molteplici cure di cui vengono defraudati i miseri adolescenti dalla trascuratezza o dall’impotenza dei genitori” (EMM II 71). L’impotenza era legata, soprattutto, alla povertà dilagante; la trascuratezza, invece, alla mancanza di un minimo di istruzione, all’assenza di preoccupazione educativa del potere pubblico e del clero locale. Alle famiglie e ai ragazzi, fin dall’inizio, chiesero libera adesione al loro progetto di aiuto: “le necessarie istruzioni, la provvida vigilanza, un’amorevole disciplina, utili scuole, allegri giochi, aiuti opportuni anche per imparare e poi cercare un lavoro in cui con le loro fatiche possano guadagnarsi il giornaliero sostentamento… è importante che gli apprendisti siano collocati in una bottega dove il padrone sappia tenere gli occhi aperti sui ragazzi e vederli come figli, altrimenti si trovano esposti a chiari pericoli di rovina. E’ da notarsi inoltre che molti padroni nel lungo tempo di prova non danno ai loro garzoni che poco o niente, proprio quando i giovani più avrebbero bisogno di un giornaliero aiuto” (EMM II 81). Hanno dovuto lottare contro le intromissioni e lo statalismo napoleonico e asburgico, per esercitare la libertà di aiutare la gioventù e le famiglie. 

 

OGGI

La situazione della famiglia e della società,  presentata nell’Amoris Laetitia, per quanto riguarda il valore dato alla famiglia nella società, i rapporti di coppia donna/uomo, le relazioni dei genitori con i figli e il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza nella società, è realista, non pessimista. La famiglia sembra non essere più una istituzione naturale orientata alla paternità e maternità e un ambiente di educazione, quanto piuttosto luogo di sofferenza, di disagio e di violenza nei rapporti di coppia e tra genitori e figli. É il fallimento dell’autorità familiare come ambiente di crescita, è un grido di esasperata carenza. Varie modalità di violenza colpiscono la famiglia, la donna e i bambini in ogni società e cultura. Ridare valore e credibilità alla famiglia, alla paternità e maternità, sia nei Paesi del mondo occidentale economicamente privilegiati, come nei Paesi provati dalla povertà o da forti condizionamenti culturali, è un compito difficile ma possibile, secondo Papa Francesco, a condizione di riscoprire la Misericordia e dando a Dio la possibilità di sanare situazioni escludenti: “Sono duemila anni che aspettiamo di sapere se il fratello maggiore della parabola evangelica si sia deciso o meno di entrare in casa”. Con la sua Esortazione invita tutti, chi è uscito di casa e chi non si trova bene nella casa del Padre, a riscoprire l’Amoris Laetitia.

“Nella famiglia, più che altrove giochiamo il nostro destino, nel reinventare, ognuno nei limiti della propria condizione, dei piccoli passi quotidiani, un’esistenza che dia speranza, amore e gioia a chi ci sta accanto … La vocazione più importante oggi è quella dell’amore coniugale, perché è la più difficile … E poi l’ansia di ogni mattina, quando l’uscio si chiude alle spalle dei ragazzi che si accingono ad attraversare le strade del mondo e della storia con il loro bagaglio di insicurezze, di sradicamenti, di fragilità, di persuasioni occulte, di modelli che spengono l’anima e illudono il corpo”. Sono da prendere seriamente in considerazione le famiglie e, dentro le famiglie, “quelli che hanno conosciuto il dolore di un matrimonio fallito; quelli che si trovano soli a reggere il peso di una famiglia da crescere; quelli la cui vita familiare è caratterizzata da tragedie o da malattie mentali o fisiche”. Recuperare la missione della coppia e l’impegno della famiglia nell’educazione è il compito più urgente e necessario. E’ urgente che la famiglia creda di nuovo in se stessa e nella sua libertà di azione in tutti i segmenti della società, superando una specie di conflittualità fisiologica che si è creata tra genitori ed educatori, tra la famiglia e il potere pubblico.  

La sfida che la famiglia deve affrontare non è di natura religiosa, ma fondamentalmente antropologica: non esiste più una verità oggettiva sulla vita, sull’uomo, sulla famiglia. Essa è spezzata, uomini e donne sono deviati dal ruolo paterno e materno e per conseguenza scade la coesione sociale. Padri e madri spesso si trovano a fare i conti con il mantenimento dei figli, con povertà, disagio sociale, fragilità affettiva, droga, anoressia, bulimia, tragedie esistenziali e sessuali, mercificazione della donna, disumanità con cui si trattano anziani e bambini: “tutti sintomi di una malattia che ha colpito l’anima della nostra società fino a renderla incapace di identificarsi nella sua valenza comunitaria”. I segni di speranza, che pur ci sono, devono essere sostenuti da un forte impegno educativo da parte delle istituzioni della società e della Chiesa. La situazione delle famiglie è precaria in qualsiasi paese del mondo. Per fare un esempio: in Brasile il 37,3% dei nuclei familiari sono sotto la responsabilità di una donna sola. Se poi si aggiunge a questo dato il fatto che anche quando l’uomo è fisicamente presente è quasi sempre totalmente disinteressato dell’educazione dei figli e, più in generale della gestione della vita familiare, allora risulta chiaro quale può essere il destino della maggior parte dei giovani. 

 

CARITÀ PATERNITÀ/MATERNITÀ GRATUITÀ

“La Congregazione delle Scuole di Carità, di fronte alle carenze e alle difficoltà dell’educazione e ai pericoli che la gioventù incontra nella sua crescita, è stata istituita principalmente per esercitare verso i giovani i doveri non tanto di maestro quanto di padre,  in aiuto all’azione educativa della famiglia, con la scuola o altre iniziative compatibili con il progetto dei Fondatori” (Cost. 2). Questa famiglia religiosa, i Cavanis l’hanno modellata sulla loro famiglia: la famiglia educatrice di mente e cuore, gli educatori come padri e madri, e i ragazzi “cari figlioli”. Ora, la questione più radicale e urgente per la Congregazione delle Scuole di Carità, è ripensare forme e cammini che risveglino il gusto di formare “famiglie del Signore”, che abbiano il coraggio di essere e di dirsi cristiane, testimoniando nella misericordia la missione della famiglia: Amoris Laetitia.  Questa missione non è per superficiali. Quando un’opera di misericordia tocca la carne vince ogni resistenza, ogni paura, e lascia dietro di sé il profumo di Dio, quello stesso che i Cavanis hanno lasciato facendosi poveri con i poveri, con “l’odore delle pecore”, in una insalubre “casetta”, vero “ospedale da campo”. Veramente padri di famiglia, hanno messo come fondamento la Carità, il donarsi con gratuità e fiducia illimitata nella Provvidenza: “I giovani e le famiglie ritrovano l’identità Cavanis non sulle carte, nelle mozioni dei convegni e delle assemblee, ma negli educatori che stanno e vivono con loro e per loro. La vera pedagogia, padri più che maestri, non fa sconti: se l’educatore non è presente, i giovani migrano da soli; se l’educatore non arriva prima o con loro, raccoglierà solo i cocci; se arriverà fuori tempo massimo, sarà emergenza”.  

I Cavanis di oggi possono aiutare le famiglie a riscoprire la “disciplina”, cioè chiarezza e metodo formativo, autorevolezza paterna e materna. Le conseguenze dell’assenza della famiglia nel campo educativo e della fuga dall’esercizio dell’autorità paterna e materna, creano generazioni disorientate e vuote, senza strumenti di difesa davanti all’arroganza della società. “La gioventù perisce perché si lascia perire” (EMM 435). Uno dei disagi che la famiglia affronta è l’offuscamento o la perdita del senso dell’educazione integrale dentro la famiglia e nel percorso scolastico. Alla scuola viene richiesta la funzione limitata all’informazione, quasi di tipo nozionistico. Sui valori, sugli orientamenti di vita, è invitata a mantenere una neutralità educativa. Per i Cavanis “il molto sapere senza la rettitudine del cuore” diventa pericoloso per la persona e per la società.  L’anima della vera cultura non è la mera erudizione o la tecnica ma la capacità di giudizio, il vaglio delle informazioni, l’intuizione critica per affrontare le “malattie dell’anima giovanile”, le solitudini, le domande inevase di senso, di cui le nuove generazioni si fanno portatrici, i comportamenti anomali e devianti segnati dalla violenza, l’interesse  per le problematiche di fondo: la pace, lo sviluppo sostenibile, la dignità dei popoli, la solidarietà nel diritto e nella giustizia, i bisogni dei più deboli, l’uguaglianza. 

Nella Venezia della prima metà del XIX secolo, quando i politici e saggi del tempo ritenevano che era inutile educare e istruire i figli della “feccia della plebe”, o che bastava un’ istruzione elementare, i Cavanis, pur avendo un quadro di riferimento sociale disastroso, non si sono lamentati fermandosi ai “se” o ai “ma”. Come buoni samaritani, sono scesi dalle altezze delle ideologie e delle opinioni e hanno tentato di aggredire il male alla radice, radunando la “povera gioventù dispersa”: “se vuoi un buon raccolto semina nel tempo giusto e semina buone sementi”. Dicevano e facevano. Fare uno studio antropologico, sociologico o psicologico della paternità/maternità umana può servire ai fini dell’educazione. I Cavanis non hanno imboccato questa strada, anche se non hanno escluso questi approfondimenti. Hanno proposto come primo rimedio  per i ragazzi e le famiglie, “l’amore paterno e gratuito di Dio che vede e provvede e ci fa suoi figli”. Poveri o ricchi, tutti figli nella famiglia del Padre Nostro. “Padre” e “Madre” sono le parole più antiche e più usate. Esse ricordano la nostra radice. Quando l’essere umano chiama Dio “Padre”, manifesta la sua fede umana nella “radice del suo essere e del suo esistere”; quando ricerca questa radice, non lo fa perché vuole crescere e vivere “senza il padre, feticcio inventato dalla fatica umana di vivere come adulti”, ma perché la radice, il Padre, si manifesta come ragione di vita prima, ultima e definitiva, incontro necessario per la crescita. Relazione fondamentale che progetta l’essere umano come essere di relazioni. La gratuità dell’amore del Padre è la caratteristica peculiare dell’azione dei Cavanis. Senza gratuità non c’è amore paterno, materno e filiale. Gratuitamente si riceve e gratuitamente si dona. 

Padre e madre sono «sacramenti» di Dio. Dio, Padre/Madre si è manifestato in P. Antonio come tenerezza, misericordia, accoglienza, serenità; in P. Marco come azione coraggiosa, futuro, forza, dinamismo, creatività. La semplice paternità o maternità fisica senza la componente spirituale e l’amore perenne, è una negazione o una caricatura della paternità e della maternità. Paternità/maternità e filiazione sono interdipendenti.  Dove c’è un figlio c’è un padre, una madre, anche se non sempre c’è vera paternità e maternità. Essere figli rivela un mistero profondo, significa riconoscere l’origine, accettare un’eredità. Non accettare la filiazione divina significa non accettare la paternità divina, è tentare di costruire un mondo anarchico, con difficoltà d’accettare le proposte etiche. È voler essere figlio senza avere un padre o madre, senza farsi figlio. Sono molte le modalità che si usano per rigettare il Padre, lui non è un avversario che bisogna eliminare o fingere che non esista, né un fatuo ideale da usare in tempo di crisi.

Oggi il problema nell’educazione non è  l’assenza di guide, ma l’eccesso di “guide” che non si riferiscono al Padre, e l’eccesso di proposte educative con quasi nullo contenuto o punti di riferimento autorevoli. Nella società odierna, caratterizzata dalla quasi totale assenza di “paternità responsabile” i figli, però, continuano ad esser visti come estensione del padre, quasi una terra di conquista da possedere.  

Il futuro della famiglia e di ogni persona dipende dalla capacità di accettare dei limiti strutturali, di auto regolarsi e di lasciarsi regolare dalla responsabilità dell’educazione familiare e comunitaria, che permetta di uscire dalla spirale di una educazione intesa in forma “cumulativa” di successo economico o di informazione enciclopedica. La vera educazione familiare e sociale è prima di tutto uno stile di vita che sa distinguere tra bisogni reali e bisogni indotti e a volte imposti ai figli, è un modo di organizzare la vita a livello collettivo e individuale per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni primari e fondamentali legati al corpo, agli affetti e allo spirito, legati al cuore.  Per causa della diffusa crisi di “genitorialità matura”, si abbandona facilmente questa responsabilità nell’educazione, optando per un banale formalismo affettivo. Incapaci di accettarci, amarci, ascoltarci, di non sopraffarci, si imbocca la strada della violenza morale e fisica: “I focolai non sono più nelle trincee, ma nelle retrovie, nei rapporti interpersonali sempre più ostili, nelle famiglie, dove guerre nascoste lacerano e rendono nemici fra di loro padri, madri, figli, fratelli e sorelle”. Padri e madri che non solo generano, ma hanno a cuore il destino dei figli, comunicano un senso alla vita, sono presenza significativa, non danno risposte ingannevoli, interessati solo al possedere, al successo e ad una visione strumentale delle persone. 

Le relazioni sono diventate fragili, rotte, negate, precarie, sporadiche, senza alcuna stabilità, senza regole etiche: genitori senza figli e figli senza genitori, uomo e donna senza paternità e maternità, marito senza sposa e sposa senza marito, preferendo funzioni di compagni/e e amanti. Una società senza nessun simbolo di “unione durevole”, senza regole e disciplina non costruisce relazioni solide, fraternità, uguaglianza, ma lotta per la supremazia. I giovani sono “orfani” e “dispersi” senza riferimenti “parentali” profondi e senza sentimenti di appartenenza a qualcuno. L’esperienza di paternità/maternità e filiazione non più ancorata a Qualcuno più solido, progressivamente si svuota di senso e responsabilità.

I Cavanis propongono un lavoro educativo che é vigilare, vegliare su questi meccanismi che snaturano le famiglie e la società: “Vigila e veglia nella società civile chi coglie prontamente i segni del degrado, chi si erge contro la corruzione dilagante che deride il bene comune, chi non si rassegna alla deriva delle sue istituzioni pubbliche e alla casualità dei suoi ritmi vitali, che poi significano sempre il trionfo dei prepotenti e dei furbi”

Questo impegno educativo suppone la virtù della perseveranza. “Quando nel 1835 i Cavanis ricevettero una circolare, indirizzata dal governo austriaco a tutti i maestri privati con la quale si obbligavano i maestri a presentare semestralmente i bambini delle prime due classi elementari per un esame di stato, insorsero coraggiosamente. Come potevano le tante loro famiglie povere pagare le propine di esame, cioè quattro fiorini annui per bambino? I Cavanis sospesero le due classi, tennero duro fino alla vittoria, cioè al riconoscimento della pubblicità delle due classi e all’equiparazione alle scuole comunali”. 

Una rassegna nella storia delle famiglie religiose che hanno più profondamente segnato la vita della Chiesa, mostra che sono state quelle che si sono caratterizzate non per opere grandiose ma per un progetto di vita spirituale ed evangelica vissuto e portato avanti nei secoli, con perseveranza. Se i Cavanis, religiosi e laici, vogliono “rinascere”, è necessario che recuperino il progetto di vita spirituale ed evangelica che risponde alla missione di evangelizzare la famiglia e la gioventù attraverso l’educazione paterna, nella gratuità del dono di se stessi. Questo sembra l’unico modo per esserci ancora nel futuro della Chiesa e della società.  Il progetto di vita spirituale ed evangelica, così come lo presentano i Padri Antonio e Marco, è di sinergia e comunione, vissuta tra loro stessi, le famiglie e i “cari figlioli”; tra tutti coloro che come loro, si sono dedicati e si dedicano al ministero dell’educazione paterna della gioventù; tra quanti nella Congregazione lavorano in settori differenti o appartengono a realtà culturali diverse; tra le opere e il territorio dove le opere destinate all’educazione sono situate; tra passato e presente; tra efficienza ed efficacia nell’azione pastorale; tra formazione al servizio educativo e formazione personale; tra giovani e anziani, tra famiglie e Scuola. La tentazione di prendere altre scorciatoie, è forte. E non da oggi.  La paura brucia in fretta e lascia solo cenere. Il vero problema non è se vale la pena dedicarsi all’educazione o se la vita religiosa è ormai finita, ma come riscoprire la passione educativa e la centralità responsabile della famiglia. La sinergia e la comunione, molte volte, portano alla croce. Quelli che rischiano la vita nell’educazione della gioventù, in sinergia e comunione, portano nel loro corpo le “piaghe” del Signore: “vigilanza, pazienza, sollecitudine, speranza di frutto, orazione”, conservando “perfetta letizia” che è “non conturbarsi, come dice San Francesco, “se in un giorno di freddo, arrivando a casa affamati e feriti, non si è riconosciuti dai fratelli”.

P. Diego Spadotto CSCh - Anno Santo della Misericordia




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