L’interculturalità è un dono dello Spirito che diventa progetto da realizzare

L’interculturalità è un dono dello Spirito che diventa progetto da realizzare

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19 Agosto 2019 alle 07h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto


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Passato l’effetto “attesa del Capitolo”, ora siamo tutti un po’ delusi ma non illusi, è un clima di fine festa. E ora? Bisogna migliorare la franchezza nel parlarci e l’apertura di cuore nell’ascoltarci. Bisogna aiutarci gli uni gli altri a riflettere e ad aggiustare le proprie pratiche di vita quotidiana, partendo dalla meditazione della Parola di Dio, perché queste pratiche quotidiane possano diventare testimonianza di Cristo, non semplice “lavoro”, testimonianze di vita più umana e luminosa, alla quale tutti possano ispirarsi. Non stiamo vivendo un confronto come tra Davide e Golia (1 Sam, 17), non crediamo di essere una statua con la testa d’oro e i piedi di argilla (Dan 2), speriamo di non essere un terreno roccioso (Mc 4,6) dove la buona semente muore, perché non riesce a mettere radici. Ora La vita di chi è chiamato a guidare la Congregazione e le comunità, naviga tra la missione di accompagnare  e amare i fratelli e la fatica di gestire le strutture ricevute e i cambiamenti in atto. Il Signore non cerca nella nostra vita “produzione industriale di lavoro”, ma fecondità e santità. Per questo usciamo dalla paura che ci divide e ci fa competere gli uni con gli altri.

Mai come oggi ci si attende dai consacrati Cavanis un contributo profetico e creativo. Incoraggiamo i profeta obbedienti ma molto di più i superiori sapienti che non possiedono la verità ma la cercano. “La nostra vita non ci è data come un libretto d’opera in cui c’è tutto scritto, ma è andare, camminare, fare, cercare, vedere…e lasciarsi incontrare dal Signore” (Papa Francesco). Occorre svestire la vita religiosa Cavanis di una cultura statica, non all’altezza della coscienza critica di oggi, di prendere il largo liberando la nostra vita religiosa da abitudini e idee stanche, da una formazione ripetitiva e non mistica; di tentare strade nuove senza lasciarsi tentare dalla conservazione tranquillizzante. Il sapore della vita consacrata Cavanis non si trova in religiosi fossilizzati nel loro piccolo mondo di autorealizzazione ma da religiosi appassionati: “con un grigio pragmatismo…nel quale tutto procede apparentemente nella normalità…si sviluppa la psicologia della tomba” (EG). La burocrazia di ogni istituzione non è per niente profetica, nemmeno i trionfalismi istituzionali e le cerimonie commemorative piene di luci e colori, di foto e pose per le foto, lo sono. In esse c’è solo autocompiacimento egocentrico.

In Capitolo è stata fatta l’esperienza del dono dell’interculturalità, ormai parte integrante della nostra missione di educatori della “povera gioventù dispersa”. L’educazione cristiana non è tribalista, nazionalista, settaria, italiana, brasiliana, congolese, filippina, latino americana, è semplicemente cattolica, come la Chiesa. Il fallimento della missione educativa è venuto quando si è voluto imporre una modello unico, nel quale tutto è già compreso, capito e gli altri devono solo adattarsi. Nel passaggio all’interculturalità alcuni hanno avuto e hanno paura, senza riuscire a cogliere tutte le sfide che questa scelta comporta. L’interculturalità è un dono dello Spirito che diventa un progetto da realizzare. Ora abbiamo un profondo bisogno di spiritualità che ci guarisca e umanizzi e che ci faccia capaci di integrare  la nostra e l’altrui umanità, con i suoi limiti, fragilità, incoerenze. La nostra Congregazione per essere credibile e desiderabile deve trovare parole e comportamenti nuovi, solidità formativa e “unità di intenti”. Solo così la sua proposta evangelizzatrice ed educativa sarà libera e liberante, attrazione vocazionale positiva e libera da atteggiamenti di proselitismo e provincialismo. “Gesù non ci ha scelti e inviati perché diventassimo i più numerosi. Ci ha chiamati per una missione. Ci ha messo nel mondo come quella piccola quantità di lievito: il lievito delle beatitudini e dell’amore fraterno” (EN). La missione educativa non è determinata dalla quantità di spazi che si occupano, ma dalla capacità di suscitare veri cambiamenti. Il nostro problema Cavanis non è diventare più numerosi, ma rischiare di essere insignificanti.




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