I giovani, la fede, il male e la sofferenza

I giovani, la fede, il male e la sofferenza

"I giovani, la fede e il discernimento vocazionale"


06 Marzo 2017 alle 09h10 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


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Attraverso i social soprattutto i giovani vengono a sapere di ogni tipo di tragedia e di sofferenza conseguenze di guerre, cataclismi, malattie, del “male assoluto”,ecc. Tutto è globale e rapidamente globalizzato. Come reagiscono? Quanto e come si interessano? Quale partecipazione o sentimenti di solidarietà riescono a manifestare. Perché spesso non si interessano ed evadono, o si ribellano pur sapendo che la loro ribellione si spegnerà presto?

Alcuni esempi per capire la differenza con i nostri giorni: nel 1273 nel Castello di Sirmione avvenne un brutale eccidio di Catari. Quante persone  e quando vennero a sapere del fatto? Altro esempio più recente: erano ancora vivi P. Antonio e P. Marco Cavanis, nel 1848 a Venezia, insorse in rivolta la più grande fabbrica del mondo di allora, l’Arsenale; la guarnigione ebbe l’ordine di sparare sugli operai. La città era controllata da soldati croati e veneti di terraferma, i quali non amavano i veneziani che li avevano tenuti sotto il tallone per secoli. I soldati si rifiutarono di sparare. Risorse per un po’ la Repubblica Veneta. Felici i Fondatori contrari all’addestramento militare obbligatorio nelle scuole, a partire dai bambini di dieci anni.

Quante persone vennero a sapere del fatto? In tempi più recenti quante persone sapevano della “soluzione finale” partorita dalle menti folli dei nazisti?  Oggi tutti sanno o fingono di non sapere ciò che provocano gli interessi particolari e gli egoismi distruttivi alimentati da venti di demagogia, di intolleranza e violenza contro popoli interi, migranti e rifugiati? 

Non esiste la sofferenza in generale o in astratto ma la sofferenze coincide sempre con il modo in cui si soffre e si vive il dolore. Sentirsi poveri e deboli, quasi impotenti davanti all’oceano di sofferenza dell’umanità e percepire che attraverso la propria debolezza e fragilità passa la testimonianza di ciò che c’è nel cuore.

Se è vero che Dio è messo in discussione “da un solo bambino innocente che muore ingiustamente” è altrettanto vero che la presenza di Dio è percepita per un solo Lazzaro che è restituito alla vita e agli affetti dei suoi cari. Guardando la croce di Gesù, il nome di Dio che c’è scritto sopra è quello nei confronti del quale Dio protesta. Protesta contro l’indifferenza umana verso i fratelli che soffrono.

Quanti cristiani si sono affidati a moduli interpretativi facili, ma non cristiani? A riguardo della sofferenza hanno le stesse opinioni degli amici di Giobbe, che parlavano di Dio ma non ne conoscevano l’amore. Recuperando la salute fisica, Giobbe recupera la santità del corpo umano, e una giusta immagine di Dio. Il corpo anche carico di sofferenza non é un nemico da essere vinto ma un dono da essere coltivato in vista della resurrezione. Gesù ha assunto la carne umana, un corpo di uomo che ora è risorto e vive in eterno. Bisogna evitare ogni forma di rifiuto, riconoscere i propri limiti, rivendicare i doni unici ricevuti dal Signore. 

Doni, limiti e ferite rivelano la verità di noi stessi. Secondo Papa Francesco,questo  non è l’ultimo ritrovato della nostra furbizia brontolona o delle nostre strategie del consenso, ma è un compito affidatoci da Dio che ci libera dalla tentazione del silenzio complice di ogni distruzione e sofferenza provocata nei fratelli. Siamo diventati mondani perché la tecnica ci ha reso comoda la terra, ha alleggerito benevolmente il peso del dolore ma come conseguenza, ha provocato un abbassamento della soglia di resistenza al dolore, e non si è più capaci di confrontarsi con esso.

L’eroismo non è solo quel gesto di chi sacrifica se stesso per salvare altri. E’ anche il gesto di alzarsi tutti i giorni alle cinque del mattino, per andare a lavorare e dare un futuro alla propria famiglia. E’ l’impegno di un insegnante di seguire i suoi studenti nell’esperienza dello studio. E’ anche fare il proprio lavoro con serietà quando nessuno ti guarda. C’è posto per l’eroismo? Ogni volta che sentiamo che dovremmo fare qualcosa e che ci costa fare quel gesto. Ogni azione ha qualcosa di ambivalente ma naturalmente c’é la bontà del quotidiano, c’è una generosità che apparentemente non getta ombre. 

Racconta Elie Wiesel: “Il saggio camminava per le vie di Sodoma e gridava la propria protesta per l’indifferenza, per la mancanza di scandalo  che gli uomini provavano nei confronti delle forme dell’umano patire e della malignità con la quale esse erano prodotte e incrementate.

Perfino un bambino si accorse dell’apparente sterilità di quel grido, vedendo quest’uomo tutto solo, gridando la propria protesta nei confronti dell’indifferenza e della malignità del vivere. E gli disse: Perché gridi in questo modo? Non vedi che nessuno ti ascolta? E il vecchio saggio rispose: Io non grido perché qualcuno mi ascolti, grido per impedirmi di ascoltare la voce di questa indifferenza e di venirne persuaso. Grido per restare in vita; grido per mantenere e conservare il senso di una giustizia che non si rassegna all’umano soffrire e alla malignità che l’accompagna. Per questo io grido: per me, prima ancora che per loro; perché chiunque desideri interrogarsi a proposito di ciò che è realmente giustizia, trovi non soltanto un senso possibile dell’umano vivere ma, nel senso di questo grido, il principio reale a partire dal quale la sconfitta dell’umano patire e della sua malignità incominciano”. 

Il valore della memoria sta in questo: che ci fa capire che nulla è mai passato. Difficile calcolare il disagio che il pregiudizio e l’incomprensione provocano nel vissuto di una persona. 

 

 




Copertina.






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