“Per vino nuovo otri nuovi”

“Per vino nuovo otri nuovi”

“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”


03 Aprile 2017 alle 10h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

“E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi» (Mc 2,22)


Per vino nuovo otri nuovi” é il titolo della quarta Lettera della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Nel documento si respira aria di libertà. Il “Vino nuovo” è il Cristo, l’”Evangelii Gaudium che genera una mentalità nuova e religiosi rinnovati in spirito e verità; gli “otri nuovi” sono istituzioni, strutture e una nuova cultura per crearle e gestirle. Ci sono religiosi che cercano di capire quali cambiamenti la Chiesa e la società chiedono alla Vita consacrata e “bevono il vino nuovo” con gioia, altri, invece, che hanno bevuto “il vino vecchio della Legge non desiderano il nuovo e continuano a dire: il vino vecchio è migliore” (cfr. Lc 5,39), non vogliono nessun cambiamento. Non mancano quelli che continuano a mettere vino nuovo in otri vecchi, rappezzandoli alla meno peggio, perché non si fidano degli “otri nuovi”. Infine, c’è chi si chiede: perché “otri nuovi” se sono sempre meno i religiosi cresciuti con il “vino nuovo”, dell’”Evangelii Gaudium? Non si rischia di fare un lavoro inutile? É necessario un nuovo e attento discernimento ecclesiale, alla luce della spinte di Papa Francesco a una riforma continua della Chiesa, mediante il quale, anche la nostra vita religiosa Cavanis, possa intraprendere nuovi passaggi e gli ideali e la dottrina prendano carne nella vita di ciascun religioso. Le sfide vanno affrontate ‘con determinazione e lungimiranza’. Bisogna discernere le pratiche inadeguate, i processi bloccati, porre domande concrete, chiedere ragione circa le strutture di governo, di formazione e il reale sostegno dato alla forma evangelica di vita religiosa Cavanis. Il centro del discernimento è il cambiamento. Non decidere nulla o in ritardo serve solo ad accelerare le criticità che la Congregazione sta vivendo. 

Per rivitalizzare il carisma come dono dello Spirito e non come pezzo di archeologica che va solo custodito, bisogna far in modo che l’Istituto possa essere otre nuovo che accoglie vino nuovo: “una grande parola che ci accompagna è RIFORMA, al cui centro c’è il Cristo”. Non è possibile conciliare vino nuovo con strutture obsolete che non dicono la bellezza del nostro carisma, ma anzi lo rendono confuso e invisibile. Ogni religioso, come ogni altro uomo, rinserra in sé non uno ma tre uomini diversi: quello che crede di essere, quello che gli altri dicono che sia e quello che realmente é. I religiosi, che sono sempre più innamorati della “funzione o ruolo” che esercitano, quale identità hanno? Il linguaggio che usano per descriversi, mostra che conoscono la “teologia della vita consacrata”, ma le loro relazioni interpersonali, nella comunità, sono più che sofferte; i voti sono diventati formule e ragionamenti pieni di cavilli farisaici, un po’ come il “vino vecchio” della Legge, di cui parla l’Evangelista Luca. Quando Questa “teologia della vita religiosa” non serve più, allora i religiosi si sentono incompresi, diventano aggressivi con la gente, in particolare con i poveri, proprio come i farisei; molti abbandonano per non continuare a vivere nell’ambiguità; altri si convertono e cercano, in umiltà, la loro identità nelle parole di Gesù: “vi invio come agnelli in mezzo ai lupi…non portate denaro nella bisaccia, né due tuniche…”.

Subito dopo il Vaticano II c’erano ancora congregazioni religiose grandi e potenti, che soffrivano del complesso di superiorità e piccole congregazioni, che soffrivano del complesso di inferiorità. Oggi tutte le congregazioni sono o stanno diventando piccole. Di quale complesso soffrono? Se ogni uomo rinserra in se stesso tre uomini diversi, anche per le congregazione e le comunità succede la stessa cosa, qual’é la loro vera identità? Ci sono religiosi si ritengono poveri perché hanno fatto il voto di povertà, ma questa non è l’opinione comune di quelli che conoscono la loro congregazione e lo stile di vita dei religiosi. Quante costruzioni enormi che oggi sono ruderi, quante chiese e altri edifici che sono state trasformate in palestre per fare ginnastica, discoteche, musei, scuole statali… e si continua a costruire, a mostrare i muscoli con la potenza del denaro, delle macchine, ecc. Tutto questo serve solo a ingannare se stessi e a rafforzare l’opinione negativa della gente a riguardo della vita religiosa. Alla gente non interessa niente dei “voti”, osserva lo stile di vita dei religiosi se sono evangelicamente poveri, casti e obbedienti. I nostri santi Fondatori (e oggi Papa Francesco) erano considerati dalla gente persone coerenti, evangelicamente povere, con una identità religiosa ben chiara, anche se loro si consideravano grandi peccatori. Quando l’identità dei religiosi o di una congregazione non è evidente e pastoralmente efficace, il Signore interviene a modo suo. Delle costruzioni non rimarrà pietra su pietra o saranno vendute ad altri, alcune congregazioni scompariranno, altre diminuiranno e da potenti che erano recupereranno la loro vera identità, diventeranno piccole come un “granello di senape”, perché le modalità del passato, la conquista degli spazi e le opere, non rispondono più ai nuovi bisogni della gente, oggi.

Le paure generate dal “vino nuovo” e dagli “otri nuovi”, sono solo degli alibi per mascherare meschini egoismi,mascherati da pretese di sicurezza umana priva di fede, sono solo fantasmi dovuti a ignoranza propria di chi ha smesso di imparare. La vita consacrata si struttura nella fede e non nella paura, nell’umiltà di una formazione continua, allarga la mente e il cuore a una sempre maggiore fedeltà al Vangelo. “Gli dei, agli uomini che essi vogliono rovinare, prima tolgono la ragione” (Euripide), ma il nostro Dio non agisce così con gli uomini, ma li aiuta a fare discernimento e a pentirsi. Aiuta i religiosi a rivedere il loro modo di vivere il Vangelo affinché non continuino a specchiarsi su una vita religiosa inefficace o doppia, convinti di guardare la loro immagine reale. Sono diventati bonsai ma si vedono querce, certi di avere su se stessi un punto di vista migliore rispetto agli altri comuni mortali. Si sentono a posto, ognuno ben saldo nelle proprie convinzioni, e sulla base del loro punto di vista costruiscono schemi mentali, catalogano, esprimono giudizi. Poi, quando il tempo capovolge le certezze, entrano in “crisi vocazionale”, smarriscono il valore  della centralità del Vangelo nella sequela di Cristo, la riscoperta permanente della natura carismatica della vita consacrata e la sua funzione profetica.

Un professore della Facoltà di Psicologia fa il suo ingresso in aula, tutto sembra nella norma, ad eccezione di un piccolo particolare: il professore ha in mano un bicchier d’acqua. Nessuno nota questo dettaglio finché il professore, sempre con il bicchiere d’acqua in mano, inizia a girare tra i banchi, in silenzio. Gli studenti si scambiano sguardi divertiti. Sembrano dirsi: oggi la lezione riguarderà l’ottimismo! Il professore ci chiederà se il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. Alcuni diranno che è mezzo pieno e altri che è mezzo vuoto o che è completamente pieno: per metà di acqua e per l’altra metà di aria. Il professore invece domanda: “secondo voi quanto pesa questo bicchiere d’acqua?”. Gli studenti sono un po’ spiazzati da questa domanda ma in molti rispondono: il bicchiere ha un peso complessivo più o meno tra i 200 e i 300 grammi. Il professore aspetta che tutti parlino, poi propone il suo punto di vista: “Il peso assoluto del bicchiere d’acqua è irrilevante. Ciò che conta davvero è per quanto tempo lo tenete sollevato. Se lo tenete sollevato per un minuto non avrete problemi. Tenetelo sollevato per un’ora e vi troverete con il braccio dolorante. Tenetelo sollevato per un’intera giornata e vi troverete con il braccio paralizzato. In ognuno di questi tre casi il peso del bicchiere non è cambiato. Eppure, più il tempo passa, più il bicchiere sembra diventare pesante. Lo stress e le preoccupazioni sono come questo bicchiere d’acqua. Piccole o grandi che siano, ciò che conta è quanto tempo dedichiamo loro. Se dedichiamo il tempo minimo necessario, la nostra mente non ne risente. Se ci pensiamo più volte durante la giornata, la nostra mente inizia a essere stanca e nervosa. Se ci pensiamo continuamente, la nostra mente si paralizza. Per ritrovare la serenità dovete imparare a lasciare andare incoerenze, stress e preoccupazioni. Dovete imparare a dedicar loro il minor tempo possibile. Dovete imparare a mettere giù il bicchiere”. Per mettere vino nuovo in otri nuovi” devono “mettere giù il bicchiere”, cioè ritrovare la serenità necessaria per accogliere il “vino nuovo” che il Signore versa a piene mani in “otri nuovi”.




Copertina.






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