Educare alla mitezza e all'umiltà del cuore

Educare alla mitezza e all'umiltà del cuore

“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”


01 Ottobre 2017 alle 13h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C

“Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite”. Non c’è congregazione religiosa  che ha come carisma “l’educazione della gioventù”, che non faccia riferimento a questo insegnamento e a questo gesto di accoglienza di Gesù. Il contesto nel quale nasce l’insegnamento aiuta a capire il suo contenuto di “buona novella”. Gesù rompe la tradizione del suo popolo che considerava il bambino come un soggetto da educare e ne fa un soggetto che educa gli stessi adulti: “A chi è come loro appartiene il regno di Dio: In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come l’accoglie un bambino non entrerà in esso”. L’imitazione dei bambini non è da cercare tanto nella loro innocenza, di cui il Vangelo non parla, “innocente è la fragilità delle membra, ma non è innocente l’animo”, aggiunge sant’Agostino. Anche i bambini hanno le loro cattiverie, l’egoismo, la malizia, anche loro sono segnati dal peccato. Quello che Gesù esalta è la fiducia con la quale si affidano ai genitori e a quanti si curano di loro. La Parola di Dio é “incarnata”, presenta la vita di rapporto con gli altri e con Dio, non sospesa nell’aria, ma fortemente inserita nella storia e nella quotidianità. Quando i bambini crescono e arrivano all’autocoscienza mostrano come l’”io” si affermi e si imponga nella sfiducia o nell’annientamento di ogni alterità, con volontà di dominio e di negazione dell’Altro. “Diventare come bambini” significa non essere mai coscientemente contro qualcuno, perché, come dice il detto: quando si rompono le parole per comunicare fiducia, rimangono i coltelli. Anche nei momenti più drammatici della vita, l’uomo può recuperare la fiducia che permette di gestire quel che accade e di cercare l’incontro e il dialogo. L’altro non è più avvertito come una minaccia ma come una risorsa per vivere.

Un secondo insegnamento “buona novella” di Gesù: “porgere l’altra guancia”. Non significa, spiega G. Ravasi, assumere un atteggiamento passivo o lasciarsi offendere e colpire ancora, come erroneamente si crede, ma significa interrompere il circolo vizioso della sfiducia e della violenza. Ai tempi di Gesù, uno schiavo veniva colpito dal suo padrone col dorso della mano, perché il padrone non poteva sporcarsi il palmo della mano sulla pelle dello schiavo. La guancia colpita con il dorso era la guancia destra, tranne nel caso che il padrone fosse mancino. Porgere l’altra guancia, cioè la sinistra, significava costringere il padrone  a colpire con il palmo della mano, dunque a “sporcarsi” le mani, cosa che nessun padrone avrebbe mai fatto. Il voltare la faccia dall’altra parte per porgere la guancia opposta era un modo per impedire al padrone di colpire ancora e interrompere il sistema di violenza. “Si racconta che un viandante nel deserto vide da lontano una figura mostruosa. Inizialmente ebbe paura, ma quando lo osservò più da vicino scoprì che era un uomo. Avvicinandosi ancora vide che non era così temibile come lo era stato a prima vista. Avvicinandosi ancora, lo guardò bene e vide che era suo fratello”. Non padroni e schiavi ma fratelli e servi gli uni degli altri, nell’umiltà e nella mitezza.

“Chi perde la propria vita per me e per il Vangelo, la troverà”. In molti Paesi del mondo regna sovrana la paura del terrorismo, intanto i governi di questi stessi Paesi fanno affari con gli Stati che alimentano il terrorismo; in altri Paesi la corruzione è come una lebbra. Le lacrime che si versano in questi Paesi sono lacrime di coccodrillo, il loro opportunismo nasce da una visione saccente che li porta a guardare gli altri dall’alto verso il basso per affermare la propria sicurezza, dimenticando che essa non può essere disgiunta dalla uguaglianza e dalla fraternità e nel garantire ad ognuno la sicurezza della propria esistenza. La fraternità e l’uguaglianza non sono un punto di arrivo, ma un continuo proseguire nella “compassione”, che é “la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità” (F. Dostoevskij). “Alla morte del padre, che faceva il cammelliere, tre figli aprono il testamento per dividersi l’eredità di 11 cammelli. Al primo figlio è riservata la metà, al secondo un quarto e al terzo un sesto. Ma come fare la divisione dei cammelli con un numero primo di undici? Iniziano a discutere piuttosto animatamente perché il numero undici non è divisibile né per due, né per quattro, né per tre. In quel momento passava da quelle parti un cammelliere, amico del padre,che propose una soluzione facendo dono di uno dei suoi cammelli e così l’eredità diventa di dodici cammelli. Il primo figlio ne prende metà, cioè sei, il secondo un quarto, cioè tre, e il terzo ne ottiene un sesto, cioè due. Totale undici. A questo punto il cammelliere di passaggio si riprende il suo cammello e se ne va”. Il donare non impoverisce ma arricchisce chi lo pratica, secondo la legge paradossale di Gesù “perdere per trovare”.




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