“Non amiamo a parole ma con i fatti”

“Non amiamo a parole ma con i fatti”

“I GIOVANI, LA FEDE E IL DISCERNIMENTO VOCAZIONALE”


13 Novembre 2017 alle 08h00 | 0 Invia il tuo commento!
Di P. Diego Spadotto CSCh


3C.

19 NOVEMBRE 2017: PRIMA GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Nel mese di novembre si celebra la Festa di Tutti i Santi, forti nella fede, nella speranza e nella carità. Festa anche dei santi di casa nostra. Quante volte abbiamo pregato così: “P. Antonio e p. Marco Cavanis, che “hanno abbandonato una carriera onorata e il benessere per abbracciare gioiosamente la povertà”. La loro santità è legata a quel “gioiosamente” e la “povertà” loro non è un’astrazione ma  la gioia di amare e abbracciare i poveri, bambini e giovani. Perché una persona sia dichiarata santa, oggi bisogna fare un lungo e costoso processo, ma Il Papa può decidere anche una “canonizzazione equipollente”,  senza attendere un miracolo specifico. Nella Festa di “Ognissanti”, tutti i santi li festeggiamo senza tanta procedura, perché la gente sa chi è buono davvero, sa chi ha seminato fede, speranza, carità. Tutto ciò che Dio vuole e permette è per la nostra santificazione, diceva Santa Caterina da Siena. La vita è l’ingrediente per diventare santo. I Cavanis hanno donato la loro vita al Signore e in questo cammino il Signore li ha santificati.

“Non amiamo a parole ma con i fatti”, questo il tema della prima Giornata Mondiale dei Poveri, che Papa Francesco ha affidato a “Nuova Evangelizzazione”. Dalla parola “poveri” togliamo, prima di tutto, il velo di romanticismo. I poveri spesso sono malati, sporchi, puzzano, come dice San Vincenzo de Paoli, hanno “l’odore delle pecore” più sofferte, ripete Papa Francesco. Eppure c’è in loro una disponibilità interiore, un desiderio di cambiamento, di voglia di vita e dignità, che non si trova facilmente in altre realtà umane. Questa “periferia sociale degli impoveriti” dà la vera dimensione della fede, è Lazzaro alla porta di casa nostra (cfr Lc 16, 19-21): “Non pensiamo ai poveri solo come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana, o tanto meno a gesti di buona volontà tanto per mettere in pace la coscienza…ma è un incontro,  una condivisione che diventa stile di vita…l’altro non è più un estraneo da aiutare ma un fratello. Il cristiano non è fatto per la noia; semmai per la pazienza.”. Nella Lettera Apostolica Misericordia et misera, Francesco fa una lista dei “santi della carità”. In essa non troviamo i santi di casa nostra, P. Antonio e P. Marco Cavanis, grandi santi della Carità, ma troviamo persone dichiarate “santi” che essi hanno preceduto, conosciuto e, con il loro esempio di vita, incoraggiato nella Carità.

La missione della Carità appartiene a tutti, l’evangelizzazione dei poveri è una “questione” che coinvolge la «Chiesa intera». Questa unità  di azione missionaria con gli impoveriti, si manifesta nella «sollecitudine del Papa verso tutte le Chiese». «La missione della Carità è il cuore della fede cristiana», il «primo evangelizzatore é Cristo». La fede vive dell’impulso dato da Gesù agli apostoli: «Andate, battezzate, ammaestrate, curate», e dalla sua rassicurazione: «Io sarò con voi». Questa speranza ci è stata data perché la si doni a chi l’abbia perduta, nel mistero del vivere gli uni con gli altri, gli uni per gli altri, Il rispetto della comune dignità umana e l’incontro con Cristo che ogni uomo ha il diritto di avere, fanno sì che la missione non si trasformi in semplice impegno sociale. L’attività missionaria ha un’anima, e quest’anima si nutre di Cristo» che ci mostra il Padre”. Anche se non lo vediamo faccia a faccia negli impoveriti di tutto il mondo, Lui ci vede, come ha visto Natanaele, sotto il fico (Gv 1, 48). Ci vede con occhi di Amico e sguardo misericordioso di protezione e custodia, ci fa dimorare nella sua amicizia come cosa essenziale della vita di servizio e di dono missionario. Ogni missionario con il suo passato nella Misericordia del Padre e il presente nell’amicizia con Gesù e con i poveri costruisce il futuro della Chiesa dei poveri.

In missione, non c’è comunicazione autentica se non quando con le parole e i gesti creiamo ponti e non muri, rispetto e non offese. Le parole e i gesti salvano o uccidono, liberano o rinchiudono nella prigione della paura e dell’odio. In missione, si dovrebbe parlare delle questioni importanti della vita solo quando le parole e i gesti ci vengono naturali e semplici. Caso contrario si finisce nel deserto di una comunicazione missionaria che non crea né condivisione e né ascolto. In missione con i poveri, è necessario tenere ben presente che la fragilità fa parte della vita di uomini e donne: sono fragili le emozioni, le ragioni di vita, la speranza, le inquietudini, il corpo, le esperienze, le relazioni, le parole. In missione, parole e gesti superficiali impediscono la sincerità e la percezione della Carità. In missione, la fragilità può essere vissuta non solo come limite ma come grazia e speranza. “Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda il dominio della morte, sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo se l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza… Mio Dio, se mi trovassi rinchiusa in una cella stretta e vedessi passare una nuvola davanti alla piccola inferriata, allora ti porterei quella nuvola, sempre che ne abbia ancora la forza… La miseria che c’è qui dentro il campo di concentramento è davvero terribile, eppure alla sera mi capita spesso di camminare lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce che dice: la vita è una cosa splendida e grande…a ogni crimine dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi” (E. Hillesum). La fragilità dei poveri, da P. Antonio e P. Marco Cavanis  è stata assunta, accolta, e vissuta ad esempio di Gesù che ha assunto e vissuto la fragilità umana con la sua incarnazione.




Copertina.






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