“Tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22)

I “dolori generativi” come passaggio necessario per una vita consacrata più evangelica, libera e credibile.

Un tempo nuovo, non solo una crisi

Tutta la vita consacrata, anche quella Cavanis, sta attraversando un tempo che non assomiglia a nessuno dei precedenti, e non solo per la diminuzione numerica o di chiusura di opere: ciò che sta avvenendo è un cambiamento di volto, un passaggio antropologico e spirituale, un’emorragia interna che riguarda la fedeltà alla radicalità del Vangelo. Stanno emergono urgenze nuove, che toccano l’umano prima ancora che le strutture. Queste urgenze non sono problemi sono “dolori generativi di un parto”.

Vulnerabilità che rivela il Vangelo

I “dolori generativi di un parto” sono segno di vulnerabilità, reale, quotidiana, che attraversa comunità e persone consacrate, fragilità psicologica, stanchezza accumulata, esaurimento spirituale. La vita consacrata è luogo di umanità ferita che rivela il Vangelo, è il suo grembo generativo, smette di essere ideale astratto e diventa carne, storia, verità. La vita consacrata che non sa attraversare la vulnerabilità diventa difensiva, autoreferenziale, se invece la assume, diventa più umana e più evangelica.

Dalle opere ai processi: la missione oltre la fine

I “dolori generativi di un parto” rivelano, inoltre, la fragilità della missione identificata con le opere e la loro fine. Non è un fallimento: è un passaggio necessario. La missione non può più coincidere con ciò che facciamo. È il tempo di passare dalle opere ai processi, dalla gestione alla presenza, dall’efficienza alla prossimità. Questo non significa rinunciare alla missione, ma ritrovarne il nucleo evangelico: la capacità di generare vita senza possederla, di accompagnare senza occupare spazi, di essere presenza che apre possibilità. Il tempo è più importante dello spazio.

Un’autorità generativa, adulta, evangelica

I “dolori generativi di un parto” vanno gestiti con autorevolezza e competenza da chi ha ricevuto l’autorità per accompagnare una nuova nascita. L’autorità evangelica non possiede, non trattiene, non controlla. È generativa, libera, adulta, accompagna senza sostituirsi, guida senza dominare, custodisce senza soffocare, non crea dipendenza ma libertà. La sua credibilità passa da qui. Una vita consacrata vulnerabile e non protetta dalle opere richiede forme di autorità più umane, più adulte, più capaci di generare responsabilità.

Il mondo digitale come ambiente antropologico e di missione

I “dolori generativi di un parto” avvengono secondo un’evoluzione storica in un ambiente antropologico e sociale che oggi è il mondo digitale, cambia il modo di pensare, di relazionarsi, di discernere, di esercitare l’autorità, di vivere la missione, modifica la percezione del tempo, la costruzione dell’identità, la qualità delle relazioni. Introduce nuove forme di prossimità e di solitudine ma invita a riconoscere il digitale come ambiente di evangelizzazione, inoltre, mette alla prova e amplifica la vulnerabilità, chiede nuove forme di autorità, apre spazi di missione non legati alle opere.

Un segno di rigenerazione: cambiare volto, non finire

I “dolori generativi di un parto” sono un segno evidente di rigenerazione. La vita consacrata non è finita: sta cambiando volto. Il futuro non sarà delle opere, ma delle presenze libere. Non delle strutture, ma delle relazioni sane. Non nei numeri, ma nella credibilità. Non della forza, ma nella vulnerabilità abitata. È un tempo difficile, ma anche un tempo di grazia. Un kairós da non perdere. La vita consacrata può ancora dire una parola profetica alla Chiesa e al mondo, se accetta di attraversare questo passaggio non come una sconfitta, ma come una nascita. Chi guarda dall’interno, si accorge dell’evoluzione non percepibile da fuori.

Quando la terra si muove: vedere oltre gli effetti

Quando la terra si muove in profondità, chi sta in superficie si accorge del terremoto solo dopo che è accaduto, e ne vede solo gli effetti disastrosi, ma la terra continua a essere in movimento, sempre. Al momento della crocifissione, agli occhi umani sembrava aver fallito persino Dio, solo perché non l’hanno riconosciuto. La vita consacrata sta rinascendo in modo diverso e cambia volto.

P. Diego Spadotto, CSCh

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