Presenza che resta

Restare accanto ai feriti, custodire la fedeltà, ritrovare l’essenziale nel Vangelo.

Un tema che tocca la vita concreta

“Presenza che resta”, questo il tema dell’ultima lettera della Prefetta del Dicastero della Vita Consacrata, 28/01/2026. “Restare accanto ai popoli e alle persone ferite, nei luoghi dove il Vangelo si vive spesso in condizioni di fragilità e di prova”.

La domanda che non possiamo evitare

Perché sono ancora nella Chiesa? Si chiedeva nel 1970, a Concilio da poco concluso, Joseph Ratzinger, futuro Papa Benedetto XVI. La sua risposta è importante, ma più importante è la domanda che ogni credente e ogni religioso non può fare a meno di porsi in qualche momento della vita.

Il rischio dell’abitudine e del “minimo indispensabile”

Se questo non accade, se l’abitudine prevale sull’inquietudine, è perché anche nella Chiesa e nella vita consacrata esiste ormai consolidato questo fenomeno: si abbandona con estrema facilità il cammino di fedeltà alle scelte fatte in passato o non si lascia il proprio posto, non si danno le dimissioni, semplicemente ci si limita a fare il minimo indispensabile, con disinteresse e senza fede.

Fede come amore: tenace, ostinato, senza misura

La fede è un modo di amare e l’amore, finché resta vivo, è forte come la morte, e cioè tenace, ostinato, senza misura.

“Restare evangelico”: non immobilità, non rassegnazione, non fuga

Il “restare evangelico” non è immobilità o rassegnazione e nemmeno fuga. Perché restare? E da dove viene una domanda come questa? La risposta è facile: il Vangelo.

Il Vangelo come libro di domande che ci raggiungono personalmente

Il Vangelo è un libro di domande meravigliose, che il Signore rivolge alla comunità dei discepoli e, nello stesso tempo, a ciascuno di noi, individualmente e personalmente: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto?” “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” “Volete andarvene anche voi?”.

E ancora, nel marasma della folla che gli si stringe attorno, l’imprevedibile e commovente “Chi mi ha toccato?”, che costringe l’emorroissa a pronunciare la sua preghiera. Indimenticabile, tra tutte, la domanda destinata a San Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più di costoro?”. Che gli altri mi amano lo so già. Ma tu, proprio tu: tu mi ami?

La risposta nasce nel silenzio e spesso nella sofferenza

Ognuno deve trovare la sua risposta, perché è a ciascuno di noi che il Vangelo parla. “Parla alla nostra scalcinata umanità, alla nostra storia unica e imperfetta”.

La risposta va trovata in solitudine e da ciascuno personalmente, spesso nella sofferenza.

I testimoni “inermi”: la forza del nascondimento

Perché siamo ancora nella Chiesa e nella vita consacrata? Perché abbiamo avuto la grazia di vedere, in passato e anche ora, che cosa può fare il Vangelo nella vita di un essere umano. Abbiamo in mente volti, voci, nomi di persone che si sono affidate a Cristo e non hanno chiesto nulla in cambio. Non onori, incarichi, riconoscimenti.

Hanno lasciato che la Parola attecchisse in loro e il resto è venuto da sé, con la naturalezza di un seme che germoglia. Sono uomini e donne, miti e umili, che hanno già ereditato la terra, anche se gli altri non se ne sono accorti e continuano a contendersi un potere che non può appartenere a nessuno. Sono persone la cui esistenza è intessuta di un nascondimento che il mondo considera sconfitta e che invece è una luce inestinguibile e sottile, da scrutare in penombra, nel silenzio.

Sono persone che conosciamo e ci hanno aiutato nel cammino di fedeltà, fanno parte della nostra vita, abbiamo portato i pesi gli uni degli altri, non ci hanno mai abbandonato.

Sul personale, senza egocentrismo: la libertà dall’ossessione di sé

Queste persone non sono molte. Loro neppure lo sanno che se, nonostante tutto, siamo ancora nella Chiesa e nella fedeltà alle scelte di vita del passato, è grazie alla loro testimonianza involontaria.

In materia di fede non si va da nessuna parte, se non si va sul personale. Il personale, però, non è l’arbitrario, non è l’egocentrismo dal quale lo stesso Ratzinger esortava ad affrancarsi oltre mezzo secolo fa. “Se oggi non riusciamo più in nulla, è solo perché tutti siamo troppo preoccupati di affermare solo noi stessi”.

Ecco, questo fa il Vangelo nella vita di un essere umano: lo libera dall’ossessione di sé e lo restituisce a sé stesso.

“Venite e vedrete”: restare per imparare l’essenziale

Non importa che siano tanti o pochi i testimoni che abbiamo incontrato. Ne basterebbe uno solo, in fondo. E almeno uno c’è, c’è stato, ci sarà sempre.

“Rabbì, dove dimori?”, gli chiedono i discepoli. Questa volta è il Maestro a rispondere: «Venite e vedrete». Non andate via. Restate: solo così imparerete a guardare l’essenziale.

Padre Diego Spadotto, CSCh

Cerca