Anno Vocazionale Cavanis e Pastorale Vocazionale credibile

Riscoprire il Vangelo, la presenza educativa e la testimonianza come via per una pastorale vocazionale autentica nel tempo del cambiamento d’epoca.

Dalla fine del Vaticano II, per studiare la crisi del sacerdozio, delle parrocchie, degli oratori, delle scuole, degli ospedali e di altre opere della Chiesa, si sono succeduti innumerevoli specialisti di spiritualità, psicologia, sociologia e di altre discipline. Sono apparsi anche falsi profeti che prevedevano, con toni apocalittici, la fine della Vita consacrata. Dio, però, suscitò dei veri profeti che, come i profeti biblici, hanno esortato a “piantare vigne” e a costruire il futuro, con una speranza che non delude. Papa Francesco, vero profeta, con lucidità ha offerto una diagnosi coraggiosa: anche se è finito il tempo della cristianità e non viviamo soltanto un’epoca di cambiamenti, ma un vero cambiamento d’epoca, ripartiamo insieme dalla Gioia del Vangelo.

È tempo di riscoprire che siamo un “piccolo gregge”, che il protagonismo di persone e opere è anacronistico. È meglio far crescere, con la nostra testimonianza di vita, il Cristo, “in spirito e verità”. È tempo per un cammino di santità educativa come presenza paterna in mezzo ai giovani. La buona pastorale vocazionale è nel Vangelo, nella gioia del dono di sé agli altri, fino alla fine.

Una crisi solo numerica?

La crisi è solo numerica o riguarda anche l’identità? Oppure è anche una crisi di pastorale vocazionale, non più adeguata ai tempi che stiamo vivendo? La Vita Consacrata non è destinata a scomparire, ma a diventare più “rara”. Sta scomparendo quella Vita Consacrata che preferiva le forme di individualismo dominanti nella società, che non aveva compreso la mutazione antropologica in atto nel mondo e nella Chiesa, dove le dimensioni dei voti rispecchiano umilmente le relazioni di Gesù con il Padre, con il prossimo, con i beni del creato e con la sua comunità apostolica.

Il Carisma e la Regola non sono idoli, ma doni da sviluppare secondo il Vangelo, non secondo una determinata forma storica. Il carisma di fondazione consiste nell’aver intuito il bisogno di un certo momento storico. Per questo oggi non si tratta di tornare semplicemente al bisogno di allora, ma di coglierne l’intuizione originaria. Conta il metodo, non il risultato. I poveri e i giovani li avremo sempre con noi. Ci attende un futuro senza tanti numeri e senza tanti muri.

La relazione che genera vocazione

I religiosi non attirano più i giovani da un punto di vista vocazionale perché sono molto meno presenti nella relazione personale diretta, nell’ascolto e nell’accompagnamento. Sono rimasti in pochi e hanno dovuto assumere incombenze amministrative, di gestione e di coordinamento. Evidentemente, dove manca il contatto diretto, c’è una minore attrattiva vocazionale.

Inoltre, oggi è possibile dedicarsi a determinate diaconie, cioè servizi, anche senza diventare religiosi. Per i religiosi, però, il servizio diaconale dipende anzitutto dal servizio di Dio. Per Gesù, il servizio al Padre è la ragione del servizio all’umanità fino alla fine, ed è in questo che realizza la sua missione e se stesso. La vera formazione religiosa è formazione alla vita spirituale e al ministero. I giovani che entrano nella vita consacrata accolgono una storia, per vivere oggi il Vangelo di Gesù, con passione per altri giovani, come i nostri Fondatori hanno testimoniato.

Trasmettere una passione

Pastorale vocazionale significa riuscire a trasmettere ai giovani questa passione. Forse è il momento di riconoscere con umiltà che i nostri ambienti educativi, anche se si chiamano Scuole di Carità o parrocchie cattoliche, non riescono a formare i giovani come veri uomini e vere donne, con valori cristiani. Si formano ragazzi indifferenti alla religione, sotto i nostri occhi e con il nostro beneplacito. La nostra presenza accanto a loro rischia di diventare semplicemente irrilevante.

Sulla trasmissione generazionale della fede è calato il sipario, non solo nelle famiglie ma anche nelle opere cattoliche. Le comunità religiose e parrocchiali vivono stancamente in una condizione di depressione religiosa, afflitte da quel terribile morbo che già Nietzsche definiva “monotonoteismo”.

Una presenza semplice e vera

In questa stagione di irrilevanza, quale pastorale vocazionale impostare? Si disperdono forse energie in post e commenti ai post, su blog variamente allestiti? E se invece vivessimo questa stagione dell’irrilevanza accettando le trasformazioni che la vita ci chiede, per essere semplicemente presenti in mezzo ai ragazzi, luogo nel quale ogni giovane possa incontrarsi con Gesù e con il suo Vangelo?

P. Diego Spadotto, CSCh

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