Nello spirito della Settimana Cavanis 2026 ricordiamo i 220 anni dell’Ordinazione sacerdotale del nostro P. Marco, o pre Marco, come di tanto in tanto amava scherzosamente chiamarsi. Finiti gli esami di ammissione al sacerdozio, saputo l’esito positivo, cominciò a gridare di gioia: Vocatus, Vocatus!
Nel 1853, ricordando il suo Dies Natalis, nella chiesetta dell’Istituto di Lendinara fu ricordato così: “Nella sua mente brillò la sapienza, nel suo cuore la fortezza, nella sua bocca la verità, nelle sue opere la carità, in tutte le cose la santità”.
Un “birbo felice” al servizio della gioventù
P. Marco ha vissuto sempre come un “birbo felice”, lo dice egli stesso: “Birbo felice”, pieno di buon umore, di voglia di dar sfogo al suo prorompente carattere, per infondere ilarità, gioia e fiducia.
Dotato di una giusta furbizia, nel trattare i problemi affrontava tutto con grande fede nella Provvidenza, per “raccogliere, custodire e orientare” la “povera gioventù dispersa”.
“Felice l’uomo che ha cura dei deboli” (Sal 41,2). Rendere felici gli altri è la vera felicità, un dono, un viaggio; non è una meta, ci si arriva con la fede provata: “Egli donò largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre” (Sal 122,9).
P. Marco era “gli occhi per il cieco, i piedi per lo zoppo, un padre per i poveri” (Gb 29,15). La vera minaccia alla felicità non sono gli “altri”, ma la paura degli “altri”, i poveri.
La felicità secondo Dio
Dice il profeta Isaia: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8-9). La nostra concezione della felicità non coincide con la visione di Dio: lui ci vuole felici per davvero.
La Bibbia non è un manuale per essere felici, e non c’è un metodo per essere felici. I consigli su come essere felici non funzionano di solito su di noi, perché siamo diversi da chi ce li dà. La Bibbia offre dei consigli, delle storie e dei principi, non un metodo destinato al fallimento.
Nel libro di Adrien Candiard, “Quando arriva la felicità”, il fondamento biblico della riflessione sulla felicità si trova con la ricerca e lo studio delle parole del Signore, come ha fatto P. Marco.
Quando la felicità diventa un obbligo
Il rischio per i giovani, diceva P. Marco, è di trasformare la felicità in un “obbligo a essere felici”, sotto pressione e responsabilità: “E se non riesco a essere felice? È colpa mia, dovevo riuscirci”.
Una logica che deforma le relazioni: “Se non riesco a essere felice, la colpa è degli altri”. Da qui l’isolamento, “la voglia di essere soli”: è l’inferno, il contrario della felicità.
All’origine di questa chiusura, di voler essere felici da soli, c’è spesso un sentimento di amarezza, che appare giustificato ma che, in realtà, irrigidisce il cuore, la “sclerocardia”, la durezza del cuore, ricordata attraverso un’immagine potente dal profeta Geremia: «Egli sarà come un tamerisco nella steppa, quando viene il bene non lo vede» (Ger 17,5).
La felicità nasce dalle relazioni
È l’espressione del narcisismo, illusione che il mondo in qualche modo alimenta, di poter bastare a noi stessi, ma la felicità è qualcosa che ci viene dagli altri, dalle relazioni.
È urgente curare il proprio cuore e riconoscere che la felicità è sempre un dono. In questa prospettiva, anche le “ferite” e le difficoltà assumono un significato, come una soglia da attraversare necessariamente.
Secondo P. Marco, è nelle prove che si riconosce il bisogno dell’altro; la sfida è riscoprire le relazioni come via alla felicità. Nelle prove impariamo che è sempre meglio stare insieme.
Educare il cuore e con il cuore
È qui che si rivela il legame tra felicità, cura ed esistenza: “La partecipazione è felicità, è il nostro benessere e quello degli altri”.
La felicità non si conquista da soli, né si costruisce come un progetto individuale perfetto e obbligatorio: è piuttosto un dono da accogliere, una relazione da vivere e una ferita da non negare.
A ogni ragazzo P. Marco ripeteva: “Mi stai a cuore”. Gli piaceva stare con i ragazzi e, quando lontano, ne sentiva la mancanza.
Il cuore, sede dell’amore, all’interno del quale ciascuno trova “la propria identità in modo pieno e luminoso”. L’antropologia cristiana intende il cuore come “centro e sintesi di ogni persona”.
Strumento imperfetto, fragile, insufficiente, che è però l’unico presidio della dignità umana. L’inferno, ha scritto Hobbes, è questa verità vista troppo tardi. Educare il cuore e con il cuore.
Padre Diego Spadotto, CSCh