Tra Babele e Gerusalemme
Nella Magnifica Humanitas di Papa Leone, si incontrano in magnifica sincronicità e in magnifica coincidenza la difesa e la valorizzazione dell’umano, per mettere insieme le migliori energie e sporcarsi le mani con le fatiche e le speranze del tempo presente.
La chiave simbolica di lettura è l’alternativa tra Babele e Gerusalemme: un cantiere dove ciascuno ha la sua parte da edificare, perché nessuno costruisce da solo.
Disarmare le parole
Il manuale operativo suggerisce: disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo e rilanciare il dialogo.
L’architrave di tutto resta la verità, come bene comune e non come proprietà di chi ha più potere o visibilità.
La fragilità del confine tra vero e falso
L’IA e le piattaforme digitali non inventano la disinformazione, ma la moltiplicano, rendendo più fragile il confine tra vero e falso.
La verità dei fatti è razionale, richiede verifica e fonti attendibili; è relazionale, fatta di legami di fiducia e pratiche condivise. La società non muore solo quando sono violate le regole, ma anche quando si spegne il desiderio della verità.
Da Leone XIII a Leone XIV
Nel 1891 Leone XIII non scrisse la Rerum novarum per lamentarsi delle macchine a vapore né per celebrare i portenti del progresso industriale: scrisse perché la rivoluzione industriale aveva concentrato una capacità di controllo sulle vite umane in mani che non rispondevano di nulla a nessuno, e questo squilibrio stava distruggendo il tessuto sociale delle nazioni europee.
Dopo 135 anni, Leone XIV firma la Magnifica Humanitas. L’argomento è lo stesso, il soggetto è cambiato: non il capitale industriale, ma il capitale computazionale; non le fabbriche, ma i data center; non i padroni delle fabbriche, ma i proprietari degli algoritmi.
Un testo di filosofia politica
Leggere l’enciclica come documento religioso sarebbe un errore di categoria. È un testo di filosofia politica, e lo è nel senso più rigoroso del termine: affronta la domanda su chi detiene il potere di definire le regole dell’accesso all’informazione, della visibilità pubblica, dell’organizzazione delle opportunità economiche e della formazione delle preferenze individuali.
Il contributo filosoficamente più originale del documento non è la diagnosi: è la critica al paradigma tecnocratico come struttura cognitiva, non solo economica.
Il paradigma tecnocratico
Leone riprende la categoria introdotta da Francesco nella Laudato si’ e la radicalizza: il paradigma tecnocratico non è l’eccesso di fiducia nella tecnica, ma il modo in cui la logica dell’efficienza e del controllo si è installata come misura esclusiva del reale, relegando affettività, moralità e relazioni nell’irrilevanza operativa.
Il problema non sono le troppe macchine, ma il fatto che le macchine siano diventate il modello con cui misuriamo gli esseri umani.
Quando l’umano diventa misurabile
L’essere umano viene misurato con lo stesso metro di un algoritmo: ciò che non è quantificabile — la dignità, la coscienza, la capacità di relazione autentica — cessa di esistere come dato rilevante per i sistemi che organizzano la vita collettiva.
È qui che il documento tocca la questione più profonda.
Il potere dei parametri
La contemporaneità è una società in cui tutto deve essere misurabile e confrontabile, ma questo occulta i meccanismi di potere reale: chi controlla i parametri della trasparenza esercita il dominio più efficace, anche se appare neutrale.
L’enciclica mostra che questo totalitarismo crea “sudditi ideali” e che la crisi prodotta dagli algoritmi di disinformazione non è un lapsus comunicativo, ma una condizione strutturale di autoritarismo senza che nessuno ne assuma formalmente la responsabilità.
Padre Diego Spadotto, CSCh