Testimoni di pace in un contesto complesso
In questi mesi difficili, il cardinale Pizzaballa ha offerto una testimonianza di equilibrio, saggezza e capacità di dialogo in un contesto estremamente complesso, segnato da tensioni profonde. A Gaza nonostante il cessate il fuoco la situazione resta di estrema gravità dal punto di vista umanitario. I cristiani di Gaza sono rimasti 541. Hanno perso tutto. I tempi per una riconciliazione saranno lunghi.
Anche se siamo pochi, non ci arrenderemo mai alla rassegnazione della guerra e della distruzione. Il mondo è diviso in due gruppi: chi si lamenta, protesta, rivendica a parole e c’è chi ha in cuore il desiderio di pace, di concordia, di condivisione. Questo sarà il perno per avviare la ricostruzione quando arriverà la fine del conflitto. È importante che ci sia chi vuole mettersi in gioco, rischiare, l’ultima parola non sia di odio, rancore, vendetta, ma di pace vera ed effettiva.
Emergenza umanitaria e il futuro dei bambini
Il problema più grave è la mancanza di infrastrutture, la gente vive nelle tende, senza fognature, invasa dai topi che morsicano le persone. Durante la guerra si stava in modalità sopravvivenza. Adesso vengono fuori tante domande: quando finirà? Che ne sarà di noi? I medici ci dicono che c’è bisogno di sostegno psicologico ai bambini: sono tutti traumatizzati. Sia tra gli israeliani che tra i palestinesi c’è un clima di sfiducia reciproca in cui tutti si sentono minacciati nella loro esistenza. È molto difficile capire se e come finirà, e cosa sarà in futuro.
Abbiamo iniziato a rimettere in piedi una scuola a Gaza, a ciclo completo, perché la formazione e l’educazione devono essere una priorità. Abbiamo iscritti 500 bimbi, vogliamo raddoppiarli. Si fa scuola ma anche si distribuiscono i pasti e si cerca di ricostruire una comunità. Se dalle istituzioni i segnali di speranza sono pochi, dalla società civile invece ne stanno emergendo tanti, dobbiamo coltivarli, specialmente quelli che arrivano dai giovani.
Oltre la divisione: ricostruire il tessuto sociale
In questo clima può emergere la tentazione di affidarsi all’uomo forte. La situazione è fluida, le previsioni difficili. Il nostro rapporto col governo è corretto. Ci sono stati fraintendimenti, ma bisogna tenere i canali aperti e andare avanti per il bene comune. La speranza di pace deve partire dalla società civile, dall’impegno di ciascuno. Un linguaggio violento crea esclusione, rifiuti, contrasti. Promuoviamo una cultura di pace come ho detto nella Lettera pastorale “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”.
“Ci si abitua a tutto, anche a un contesto di vita in conflitto bisogna guardare la realtà. La guerra non sta per finire, anzi. Come Chiesa abbiamo qualcosa da dire? Cosa si può fare anche da qui per cambiare le cose? Dobbiamo metterci in gioco, rischiare, provocare, proporre. Occorre cominciare a parlare di perdono, riconciliazione. E la prima cosa da fare è ascoltarsi l’un l’altro. Non è tutto perduto, non sono poche le persone che si arrendono alla deriva. La de-umanizzazione rischia di portarci alla devastazione. Ci sono ferite profonde per rimarginare le quali servirà moltissimo tempo, è necessario creare presidi di vita. Dio ci chiama a stare assieme, a parlare di quello che succede in Terrasanta, tenere accesa l’attenzione, a pregare.
Essere liberi dall'esito: il valore dei miti di oggi
Siamo chiamati a coltivare il desiderio di pace che viene da Cristo e che ci rende liberi. Non dobbiamo mai lasciarci andare all’odio, al rancore, allo spirito di vendetta, ma desiderare la pace, la giustizia. Gesù ci insegna a essere liberi dall’esito. Ciò che deve spingere la nostra azione non dev’essere l’attesa di una risposta, quanto piuttosto il desiderio di bene e dell’incontro che resta sempre una proposta molto libera.
In un momento in cui apparentemente sembra che i grandi del mondo decidano i destini dell’umanità ecco che tutti noi dobbiamo ricordarci di una cosa: beati i miti che erediteranno la terra. Perché sono i miti di oggi a costruire il futuro di domani.
P. Diego Spadotto, CSCh