L’accoglienza e l’integrazione sono il futuro

Accogliere l’altro è una responsabilità e una scelta per costruire il futuro.

Un mondo senza confini

Ai Mondiali di calcio il mondo intero ha vissuto un grande spettacolo che ha superato i confini dello sport, assumendo importanti implicazioni culturali, politiche e religiose. Tutte le nazionali hanno mostrato grandi cambiamenti nella composizione delle squadre. Molti giocatori hanno giocato in una nazionale che non è quella del paese dove sono nati, sono formate di campioni immigrati e naturalizzati, discendenti d’immigrati, ex-sudditi coloniali, discendenti di lavoratori rifugiati. Molti provenienti dai paesi africani giocano in gran parte e a volte interamente, in squadre e campionati stranieri.

I confini sono fluidi, così pure l’appartenenza a una nazione. Questo processo d’integrazione lo troviamo da sempre dentro la Chiesa. Recentemente, undici dei ventisei vescovi nominati da Papa Leone negli USA, non sono nati negli USA ma in paesi dall’America Latina all’Asia. Fino a pochi anni fa i religiosi del nostro Istituto erano tutti italiani, oggi la maggior parte non sono nati in Italia. L’accoglienza e l’integrazione sono il futuro.

Accogliere il diverso

Il processo di accoglienza del diverso e d’integrazione ha una storia molto lunga e complessa. Nel 1500 ci fu bisogno dell’intervento di Papa Paolo III per attestare, con una bolla pontificia, che gli indios americani erano veri esseri umani. Oggi, Papa Leone certifica, contro tutte le ipocrisie, che bambini, donne e uomini che migrano hanno un nome, una storia, sono umani e non numeri.

Se un uomo di colore famoso calciatore arriva in aereo con il Rolex al polso, non fa paura, se è una donna con dei figli che ha perso il marito nella traversata del mare, non va accolta e deve essere respinta. Il Vangelo risuona là dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di se stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto. “Ricordatevi […] di quelli che sono maltrattati, perché anche voi avete un corpo” (Eb 13,3).

La responsabilità di farsi prossimo

Non c’è niente di scontato nel farsi prossimo, niente di automatico nell’accogliere. Il razzismo crea vittime sia per decisioni prese, sia per decisioni mancate per disinteresse del bene comune, per la corruzione nei luoghi di provenienza, per un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, per la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo e l’idea che tali problemi non ci riguardano, per i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui.

Dobbiamo riconoscere che “la civiltà dell’amore non nasce da un gesto unico e spettacolare, ma da una somma di fedeltà piccole e tenaci, che fanno argine alla disumanizzazione” (Magnifica humanitas, 213).

Custodire la logica della pace

“Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà, nessuno è senza responsabilità”. “Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì, non altrove, è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza con indifferenza, cinismo, menzogna, odio, oppure custodire la logica della pace con verità, sobrietà, prossimità, cura” (ibid., 212).

C’è autentica giustizia, dove il senso della vita è ritrovato, e vero benessere quando l’economia è giusta e fraterna. In questa economia la cura per il creato e l’amicizia sociale si saldano in una sintesi di cui l’umanità è oggi alla ricerca. Il futuro di pace non lo determiniamo noi, ma è l’unico posto, dove possiamo andare a giocarci la vita.

P. Diego Spadotto, CSCh

Cerca