Anche i giovani religiosi “vogliono vedere Gesù”

Nel Sinodo, è stato detto che i giovani desiderano una “Chiesa non giudicante ma  aperta, partecipativa, che non si limiti ad accogliere ma che si ponga domande e si lasci interrogare”.

Nel recente Sinodo, è stato detto che anche i giovani religiosi, come tutti i giovani di oggi, “vogliono vedere Gesù”. Non sono differenti. Su quale sicomoro devono salire per vederlo? 

“Spesso l’offerta che i religiosi più anziani fanno ai giovani religiosi, è un teismo etico terapeutico, cioè un’affermazione nebulosa di Dio, accompagnata da una vita etica che ha come scopo lo star bene, il benessere individuale, esteriore e psichico. Il vero problema è la mancata trasmissione della fede. Anche i giovani religiosi non chiedono una dottrina, tanto meno una grande idea o una morale, ma una realtà viva che sia portatrice di senso per la vita consacrata”. I giovani, in generale, non capiscono il linguaggio tradizionale che si usa in Chiesa.

I giovani religiosi, intendono il linguaggio di spiritualità e carisma della Congregazione? I religiosi adulti sono abituati a un linguaggio tradizionale che comunica poco di ciò che è importante nelle scelte di fede. A cosa serve un linguaggio che non comunica? Per parlare ai giovani di oggi, bisogna toccare il registro dell’esperienza più che quello magistrale/teologico. E per i giovani religiosi?

Nel Sinodo, è stato detto che i giovani desiderano una “Chiesa non giudicante ma  aperta, partecipativa, che non si limiti ad accogliere ma che si ponga domande e si lasci interrogare”. I giovani religiosi, e quanti vogliono entrare nella vita consacrata, cercano e desiderano una congregazione dove la vita è impostata come una competizione? 

Ma, la vita consacrata non è una gara a chi fa di più. È una modalità con cui nella vita di ciascuno “il meglio” é incarnato come il modo personale per essere discepolo di Gesù a servizio dei fratelli e la gioia piena della sequela é collocata in un orizzonte di eternità e non svilita in una prospettiva individualistica, competitiva, occasionale, di corto respiro. 

Gesù vuole discepoli liberi. La libertà, elemento essenziale della gioia di seguirlo, serve per imparare ad usare le cose create, per quello che ci aiutano a seguirlo fino alla meta, e a liberarsene quando ce lo impediscono; serve per instaurare con lui una relazione di amicizia, libera e gioiosa, e a rompere il gioco degli specchi dell’io in cui siamo intrappolati.

È facile che persone osservanti e religiose rimangano imprigionate in un sistema chiuso, fatto di riti vuoti, di abitudini stanche, soggetto a compromessi e a un linguaggio incomprensibile per i giovani. L’Instrumentum laboris del Sinodo e il Documento finale mettono in rilievo le difficoltà da parte dei religiosi anziani, ad utilizzare un linguaggio che possa essere recepito dai giovani religiosi in un mondo dove prevale l’indifferenza e una forma di apatia religiosa. In queste situazioni la presenza dei religiosi, anche se minima, deve essere un urlo non un sussurro, sapendo che la sconfitta, il rifiuto e anche il fallimento fanno parte della dinamica dell’annuncio del Vangelo che va testimoniato con un linguaggio nuovo, come ha fatto San Paolo.

Come recepire il linguaggio e la modalità di esprimersi dei giovani, non solo nel significato materiale delle parole, ma nel dare valore alle parole che usano? Come “ripensare” le proposte formative per i giovani che bussano alla porta della vita consacrata in un tempo in cui i linguaggi cambiano velocemente?

P. Diego Spadotto, CSCh

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