“Anche se sapessi che il mondo finirà domani, oggi pianterei, comunque, un albero” (M. L. King)

Credere, significa guardare al di là dell’apparenza delle cose e arrivare alla loro realtà, interpretando tutto in un’altra luce, la luce di Dio.

Formazione.
Formazione.

Così han fatto P. Antonio e P. Marco Cavanis,  nel finale decadente della grandezza di Venezia, hanno piantato un albero. L’anima di ogni virtù è trasformare il dolore e la fine di un sogno, in luce e speranza, per continuare a piantare alberi di bene, con quella gioia di vivere che il Padre ha voluto per i suoi figli, per qualcosa che trascende il presente.

L’anima della fede è fiducia, non volontà di sapere, è guardare le cose dal punto di vista di Dio, scoprendo la bontà che lui ha seminato nelle persone e nel mondo. Noi vediamo solo la superficie delle cose.

Credere, significa guardare al di là dell’apparenza delle cose e arrivare alla loro realtà, interpretando tutto in un’altra luce, la luce di Dio. Colui che è saldo in questa fede/fiducia non si fa travolgere  facilmente dalle disgrazie ma si regge saldamente in Dio. La sua identità non dipende dal riconoscimento e dall’attenzione degli altri, dal successo o dai beni che possiede, ma dall’essere figlio di Dio: “Se aveste fede quanto un granello di senape potreste dire a questi gelso: sradicati e vai a piantarti nel mare” (Lc 17,6).

Spesso ci troviamo di fronte a una montagna di problemi, non riusciamo a intravvedere un futuro. È come se questa montagna ci bloccasse il cammino. Ma se smettiamo di fissarci sulla montagna e ci teniamo saldi nella fede, allora la montagna crolla. “Se non sei radicato nella tua fede non sopravvivrai” (Is 7,9). I Cavanis sono sopravissuti per la fede eroica di P. Antonio e p. Marco.

La fede implica anche l’azzardo di una ripartenza nella speranza. Lasciare tutto quello che sembra dia sicurezza e mettersi in cammino, liberandosi dalle dipendenze e legami di cui è condizionata la nostra esistenza. La fede non lascia in balia dall’ansia di prestazione, ma aiuta a conservare in cuore tutte le esperienze di vita e le compone, finché non rivelano il loro significato nella speranza.

Vivere senza speranza è come vivere nell’inferno della paura:“lasciate ogne speranza voi ch’entrate”. La fiducia in Dio ci fa essere “pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi” (cfr. 1Pt 3,15), e a non essere noi stessi causa della nostra sofferenza, con rassegnazione, vittimismo, depressione.

Nel subconscio ci aspettiamo sempre che nella vita tutto fili liscio, senza malattie o problemi, ma la realtà è molto diversa. Bisogna affrontare gli ostacoli e le difficoltà sorretti dalla speranza in Dio e non da sconfitti ancora prima di combattere: “Come saremmo messi male noi uomini se la nostra speranza si poggiasse sugli uomini” (A. Kolping). Invece “manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede Colui che ha promesso” (Eb 10, 23), “nella speranza infatti siamo stati salvati …e la speranza non delude ”(cfr Rm 8; Rm 5). La speranza va sostenuta con sobrietà, giustizia e pietà per “sperare contro ogni speranza”. Di questa speranza eroica e ostinata p. Antonio e p. Marco sono veri maestri.

La pandemia ha tolto il velo che copriva le molte fragilità della Congregazione, in particolare la fragilità della formazione religiosa e ministeriale delle persone secondo il carisma Cavanis.

Assistiamo ora alla fine del mondo di una presunta sicurezza legata alla composizione perfetta, sulla carta, del cammino di formazione e delle comunità, e ai bilanci economici ma non al valore reale della vita religiosa.

La nostra vita consacrata si sta sciogliendo perché ha perso il riferimento chiaro al carisma, alla famiglia e all’educazione dei ragazzi.

I Cavanis, come i religiosi e le religiose delle congregazioni nate per l’educazione dei bambini o giovani, hanno oggi un campo immenso di apostolato.

Le violenze a cui assistiamo su donne e bambini non distruggono solo il loro fisico ma l’intera società.

Fa seguito poi una somma di difficoltà culturali per trovare modalità efficaci per l’educazione. Oggi, come educatori Cavanis, sulla scia di P. Antonio e P. Marco, siamo chiamati ad  interpretare il carisma e la vita con il suo significato nel contesto in cui viviamo con l’ardore di Carità che loro hanno testimoniato. Con fede e speranza, è urgente rafforzare e aggiornare quotidianamente le motivazioni spirituali di Carità del nostro essere educatori, per piantare “alberi” di futuro del carisma, liberandoci dalla seduzione di una pastorale generica. 

P. Diego Spadotto, CSCh