ANTONIO E MARCO CAVANIS SACERDOTI E RELIGIOSI FELICI

Un ritratto che parla di gioia, vocazione e gratuità.

Volti giovani che raccontano una storia di luce

Ammirando il nuovo quadro che rappresenta Padre Antonio e Padre Marco Cavanis, ho trovato molto belli ed espressivi i loro volti: sono due giovani sacerdoti felici, dallo sguardo limpido e sorridente, in mezzo a un gruppo di ragazzi felici, belli come la speranza. Antonio e Marco hanno vissuto un’infanzia e un’adolescenza felice, in famiglia, nella scelta vocazionale e nel lungo ministero educativo con i giovani. Felicità, sostenuta dalla fiducia nell’amore provvidente del Padre e alimentata dalla Parola di Dio, anche quando li conduceva sulle strade difficili della realtà del loro tempo.

La felicità non è una formula ma un cammino

Nel linguaggio comune associamo la felicità alla beatitudine, alla gioia, alla letizia, all’allegria: tutte manifestazioni di quella felicità che non dipende da un sistema, un metodo o una formula. Se la cerchiamo su queste strade, siamo veramente fuori strada! Nella Bibbia non c’è traccia di un metodo per trovare la felicità, è presentata come un viaggio; non è garantita dal successo, da una grande somma di denaro, ma da due monetine, quelle della vedova.

Una felicità accolta come grazia

L’uomo non compra e non è padrone della propria felicità, non la merita: la accoglie come grazia e la avvicina con umile ricerca. È difficile percepire il gioco di una felicità che non si merita e si accoglie come dono gratuito. La gratuità ha caratterizzato tutta la loro vita e la loro opera. Felici, senza mai far finta di non vedere le sofferenze della loro Venezia e della “povera gioventù dispersa”.

La Bibbia come parola viva e non come cronaca

La Bibbia non è il libro del catasto del popolo ebraico: è la Parola di Dio che va intesa nella sofferenza di un popolo oppresso che vede Dio come suo difensore e su questa situazione costruisce un’epopea, secondo la cultura e il linguaggio del tempo. La Bibbia non era per Antonio e Marco un insieme di libri di storia secondo i criteri della storiografia moderna, e nemmeno libri che esaltano il pessimismo e la tristezza propri del tempo “quando le ombre si allungano” (cfr. Qo 12,1-7).

Il presente come tempo della felicità

Il tempo della felicità per Antonio e Marco era il presente, la quotidianità, con le sue prove, le sue incertezze e le sue paure del futuro, mantenendo il cuore sempre aperto alle felici sorprese di Dio. Chi ha il cuore indurito “come il tamerisco nella steppa non sente nulla quando viene la felicità” (Ger 17,6) non la può sperimentare. Essa non cade dal cielo, o, se anche cade, bisogna che il cuore sia in grado di riceverla in dono. Questo comporta che si accetti di cambiare il cuore nella speranza che non delude.

Dio che prova gioia nel rendere felici i suoi figli

“Proverò gioia nel rendervi felici” (Ger 32,40-41), sembrava ripetere Dio, accogliendo il desiderio di essere felici di Antonio e Marco. E loro pregavano: “sia fatta, lodata, in eterno esaltata la giustissima, altissima e amabilissima volontà di Dio”. Criterio fondamentale per accogliere la felicità è abbandonarsi all’amore infinito del Padre per i figli che soffrono e sono oppressi. Essi devono fidarsi: il Signore prepara una “terra promessa”, come per Israele che entra nella Palestina, abitata fin dall’antichità, e la conquista.

La Bibbia come storia sacra vissuta nella preghiera

Antonio e Marco non hanno studiato la Bibbia secondo i criteri moderni: per loro era Storia Sacra, amata e pregata, soprattutto i Salmi:
“Felice l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi… non siede in compagnia degli arroganti, ma nella legge del Signore trova la sua gioia” (Sal 1).
Proponevano un umile cammino di fedeltà alla Parola, non un perfezionismo sterile e narcisista per meritare di essere amati da Dio.

La vera felicità nasce da un cuore che si apre al bene

La felicità non dipende dalla perfezione raggiunta:
– “Felice l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato” (Sal 32,1);
– “Felice l’uomo che ha posto la sua fiducia nel Signore e non si mette dalla parte dei violenti” (Sal 40,5);
– “Felice l’uomo che ha cura del debole” (Sal 41,2), perché “si è più felici nel dare che nel ricevere” (At 20,35);
– “Felice l’uomo che abita nella tua casa e senza fine canta le tue lodi” (Sal 84,5);
– “Felice l’uomo che tu correggi, Signore, e a cui insegni la tua legge” (Sal 94,12).

Una felicità che parla al cuore del nostro tempo

Il pittore ha fatto rivivere p. Antonio e p. Marco felici in questo tempo presente, nel nostro oggi, che è il tempo delle sfide, ma l’unico che abbiamo: noi siamo il tempo. Proviamo a contemplare i loro volti sorridenti e felici. La felicità è l’altro nome dell’amore per la gioventù dei nostri giorni e le sue sfide: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di dare a voi il suo regno” e la felicità.

Padre Diego Sapadotto, CSCh

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