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Cavanis “sale e luce” per tanta povera gioventù dispersa?

I giovani di oggi non sono più “difficili” di quelli di ieri; le difficoltà di oggi non sono più accentuate di quelle di ieri. Quello che è differente è la nostra fede e il nostro impegno...

“Diventiamo quello che scegliamo. Scelte banali portano a una vita banale, scelte grandi rendono grande la vita”. Per noi Cavanis l’identità carismatica ce la danno i giovani.

Se facciamo una pastorale generica senza impegno personale e diretto nell’educazione e formazione dei bambini e degli adolescenti, non abbiamo identità Cavanis. Scuole, Case per Minori, parrocchie, oratori, attività varie con adolescenti e giovani, ecc. sono semplici mezzi finalizzati a un unico scopo: preparare e formare le giovani generazioni alla vita. Il nostro metodo educativo continua a essere quello di P. Antonio e P. Marco Cavanis, che è molto più di una pedagogia che si trova nei libri, è un modo paterno di educare e di relazionarsi.

I giovani di oggi non sono più “difficili” di quelli di ieri; le difficoltà di oggi non sono più accentuate di quelle di ieri. Quello che è differente è la nostra fede e il nostro impegno rispetto a quello di Antonio e Marco Cavanis. Gesù non ci ha chiesto di essere “insipidi” ma di essere sale per “tanta povera gioventù dispersa”.

Il sale, su una pelle a vivo, è una cosa che brucia, le impedisce di marcire. Essere sale perché i giovani non marciscano e siano umani, forti, non ingenui, decisi e coerenti.

Oggi non si può essere educatori ed evangelizzatori credendo che tutto ciò che siamo è quello che i giovani devono accettare e che se questo non avviene, sono loro che sbagliano. Bisogna partire dall’ascolto e dall’accoglienza facendosi umili e piccoli. Siamo nati per i ragazzi più poveri e questa deve rimanere la nostra identità, essi ci evangelizzano.

Per recuperare la nostra identità ci vuole fede sincera, accettando di pagare qualsiasi prezzo come i Fondatori: critiche, incomprensioni, cattiva reputazione, invidie, ecc. Affrontare le problematiche dell’educazione in questo modo, è santità non buonismo da quattro soldi.

Stare zitti e indifferenti davanti “all’orrenda strage che fa il demonio” di giovani e adolescenti  e stare in silenzio e in preghiera per loro sono due cose diverse.

Questo è il nostro problema: il cuore è lontano dai giovani e dalle problematiche giovanili. La nostra spiritualità non è legata alla realtà attuale della gioventù, nella sua profondità ed estensione.

La grazia di Dio ci assiste, ma è sempre proporzionata alla crescita del nostro senso di responsabilità in relazione al vissuto del nostro carisma. Secondo la logica dell’Incarnazione noi non cerchiamo un ideale astratto ma una cosa reale: i giovani sono il prolungamento nello spazio e nel tempo di Cristo.

La fede ci insegna che si è liberi quando si costruiscono delle relazioni che rendono liberi i giovani. La gratuità nel dedicarsi ai giovani genera in noi la libertà di decidere per il loro bene, di non sentirsi costretti a fare il bene. Dio non ci ama in maniera tale che poi noi possiamo ridare il contraccambio, ci ama e basta. Ciò che ci fa santi è compiere quello che dobbiamo fare come Cavanis con piena libertà interiore. 

Quando nel servizio ai giovani ci si sente inutili, ma si ha fede al punto di restare al proprio posto fedeli al carisma, si diventa fecondi, come Cristo sulla croce.

Umiltà è restare quando tutto sembra crollare attorno. Fede non è un’informazione su Dio ma una relazione tra Dio e me, per cui qualunque cosa accada ho l’intima certezza che lui mi ama e mi vuole con i giovani e per i giovani.

Da questa fede nasce la speranza che c’è sempre un bene, che c’è una luce in fondo al cammino, così la vita dei giovani prende senso quando sentono che fanno parte della vita di qualcuno che li ama. Nella liturgia di ordinazione il vescovo ci ha detto: “Conformati a ciò che celebri”, nella liturgia della professione perpetua ci è stato detto di conformarci a Cristo come “padri della gioventù”, nel “lasciate che i bambini vengano a me”, pianificando e lavorando con i giovani. Senza di loro rischiamo di avere miraggi e di realizzare cattedrali nel deserto.

ComeCavanis dobbiamo accogliere ogni giovane nel luogo e nella situazione in cui si trova, e non dove vogliamo che egli sia. Bisogna testimoniare con convinzione  e con il nostro stile di vita, il carisma Cavanis.

I giovani sono molto più colpiti dalle testimonianze che dalle parole. Non sono i giovani che devono stare dentro la Congregazione ma è la Congregazione che deve abitare nel mondo della gioventù. 

P. Diego Spadotto, CSCh