Collaborazione e sinergia tra religiosi e laici 

Perché dopo tanti anni di evangelizzazione, non si riesce a trovare un cammino di vera collaborazione responsabile tra laici, religiosi, preti, nelle attività pastorali e negli organismi di governo delle diocesi, parrocchie e congregazioni religiose?

La collaborazione e la sinergia tra laici e religiosi non obbedisce a formule o regole ma alla personalità adulta e formata sia del laico che del religioso. Lo specifico del laico cristiano è scoprire il fascino dell’avventura cristiana nel contatto con il mondo e la società reale, con tutte le sue contraddizioni e possibilità di futuro. Così, in sintesi, si esprimeva più di cinquant’anni fa un documento del Vaticano II a riguardo dell’apostolato dei laici.

Oggi, i laici cristiani, i religiosi e il clero, si trovano, spesso, con le spalle al muro davanti alla domanda di F. Nietzsche: “Cristiani, se è vero che voi credete in Cristo risorto e presente, perché quando uscite dalle chiese non uscite con il sorriso sulle labbra, ballando di gioia?” In altri termini, “perché non andate a tutto Vangelo, con mitezza e semplicità, con astuzia evangelica e giustizia, senza enfasi e senza retorica?”.

Perché dopo tanti anni di evangelizzazione, non si riesce a trovare un cammino di vera collaborazione responsabile tra laici, religiosi, preti, nelle attività pastorali e negli organismi di governo delle diocesi, parrocchie e congregazioni religiose? San Giovanni XXIII, all’apertura del Vaticano II, invitava a distinguere “la sostanza dell’antica dottrina dalla formulazione del suo rivestimento”.

Per quanto riguarda la collaborazione responsabile tra le varie membra del corpo ecclesiale, forse, non si è ancora imparato a distinguere tra “sostanza e rivestimento”. 

Secondo papa Francesco, la missione di ogni battezzato “si è ridotta a un insieme di “cose da fare”, è un’organizzazione umanitaria molto efficiente, ma a volte è poco credibile dal punto di vista testimoniale”. Una cosa è certa: non sarà il fascino delle opere, né le promesse di sviluppo e di progresso, ciò che evangelizza, ma “la fede dei discepoli che camminano con la gente”.

Nella confusione di ruoli tra laici, clero e religiosi, vale la pena ricordare la storiella del “cammello cieco e della pecora zoppa”. “Un cammello cieco si era perso nel deserto. Per sua fortuna incontra una pecora. Ma la povera bestia era zoppa e non riusciva a camminare. Dopo molto pensare, alla fine il cammello invita la pecora a salire in groppa.

E così, là dall’alto, la pecora, che aveva una buona vista, condusse il cammello fino all’oasi della salvezza, per ambedue”. Religiosi, clero e laici, sono un po’ tutti “cammelli ciechi e pecore zoppe”, non sono destinati a immolarsi sull’altare dell’egolatria ma a collaborare in sinergia con uguale responsabilità, a costruire speranza, camminando “verso i poveri, per incontrare Dio”.

Nessuno nasce cristiano adulto, né il religioso, il prete o il laico, lo diventano se imparano a collaborare in sinergia e sinfonia. É evidente che se gli uni o gli altri non sono cristiani adulti, sarà sempre più difficile la collaborazione, la sinergia. Gli incontri di “formazione” poi, tra religiosi e laici, forse funzioneranno quando saranno i laici che li organizzeranno.

L’intero percorso di formazione nella Chiesa deve attivare processi finalizzati a formare sacerdoti, consacrati e laici maturi, “esperti in umanità e prossimità, e non funzionari del sacro” che “aiutino i giovani a preoccuparsi di diventare uomini veri, penserà Dio a farli santi”.

In gioco c’è l’esistenza concreta dei giovani, che vivono senza orientamenti condivisi, sotto il martellante condizionamento di messaggi contraddittori, che modificano la percezione della realtà, orientandoli all’individualismo e all’indifferentismo. Religiosi e laici devono imparare ad usare un linguaggio “vivo, dinamico”, che “farsi comprendere, per interpretare la fede, tradurla, renderla comprensibile, usando parole nuove”. 

Nelle famiglie si è interrotta la catena di trasmissione della fede, i giovani non pongono più domande accademiche ma sul senso della vita, sul lavoro, sul futuro che è loro rubato, su affettività e relazionalità, dimensioni da considerare e comprendere, in rapporto alle sfide e ai cambiamenti socio-culturali. Essi manifestano un certo disimpegno politico, scoraggiati dalla corruzione, non danno fiducia agli adulti.

Ora l’importante è camminare insieme perché la Chiesa “è stata snaturata quando i giovani non hanno potuto esprimersi e ha finito per essere una Chiesa di caporali, con gli agenti pastorali al comando”. 

P. Diego Spadotto, CSCh

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