Da chi andremo, a chi ci rivolgeremo per trovare uno spiraglio di futuro?

Questa è l’ora in cui ciascuno di noi deve farsi fermento buono in un frangente complesso che siamo tenuti ad abitare portando il seme della speranza e della vita nuova che scaturisce dal Vangelo.

Tutto ciò non significa rassegnarsi. Serve prendere coscienza della realtà che abbiamo di fronte. È bene preoccuparsi, ma mai cedere alla logica del lamento. Il covid ha semplicemente accelerato la caduta delle foglie secche e ha spogliato un albero che aveva tanti rami secchi. Il processo di restringimento era già in atto da alcuni decenni.

Questa è l’ora in cui ciascuno di noi deve farsi fermento buono in un frangente complesso che siamo tenuti ad abitare portando il seme della speranza e della vita nuova che scaturisce dal Vangelo.

Proviamo a leggere tra le righe ciò che si sta vivendo e si vedrà che il ritornello è uno solo: da chi andremo, a chi ci rivolgeremo per trovare uno spiraglio di futuro? Tornano allora le parole “provocatorie” di papa Francesco che ha posto l’accento sulla ”marginalità” verso la quale sembrano inesorabilmente precipitare la Chiesa.

Per trovare le risposte giuste bisogna avere il coraggio di farsi le domande giuste ed essere coesi.

Le famiglie, che una volta erano chiamate “seminari minimi” sono scomparse, così come i seminari “minori” e i grandi seminari “maggiori”, e il numero dei religiosi Cavanis è sempre risicato. Il cammino di “conversione” ci porta alla frugalità della “Casetta”, ai fondamenti della nostra spiritualità, a riscoprire il gusto per la preghiera che avevano i Fondatori, a fare un giusto discernimento sulle priorità apostoliche rispondenti alle necessità del mondo di oggi e a superare nazionalismi e regionalismi.

Inoltre è necessario affrontare  le problematiche legate alla centralizzazione e alla sussidiarietà nel governo per evitare gli errori legati all’improvvisazione e ai personalismi, sempre a scapito della giusta pianificazione lungimirante.

Le giuste domande ci aiuteranno ad affrontare il mondo dei giovani che ormai considerano la vita consacrata come un “ghetto”, pieno di un linguaggio, di simboli e strutture mentali a loro estranei o incomprensibili; a non ripetere errori e ingenuità nella scelta dei responsabili della formazione, dei superiori di comunità, dei responsabili dei vari uffici apostolici. Scelte sbagliate comportano conseguenze incalcolabili. Ci sono lacune che sono causa di impoverimenti spirituali in tutta la congregazione.

In queste persone oltre che competenza e formazione solida si richiede umiltà e conversione continua, coscienza chiara della propria responsabilità, personalità equilibrata e capacità di ascolto e di revisione del proprio comportamento. 

Mai dimenticare che la sequela definitiva di Gesù è anche incondizionata. I “dodici” devono liberarsi di altri obblighi e affari e progetti personali per mettersi al seguito di Gesù e essere completamente a sua disposizione. E anche quando negano di non conoscerlo o di essere stati con lui, come Pietro, poi si pentono e ritornano a Lui.

Quale immagine diamo noi Cavanis quando celebriamo l’Eucaristica? Rischiamo di fare solo spettacolo e non adorazione del Mistero della salvezza? Di fronte a comunità ormai multiformi, è opportuno pensare a modalità differenti di comunità, basta con un’applicazione automatica di modalità a prescindere da chi la forma. Si possono prevedere adattamenti che non significa fare “meno” ma fare “meglio”».

Indietro non si torna. Si deve evitare Lo scoraggiamento tipico, quanto inutile, di coloro che parlano della Congregazione sempre in terza persona, come se loro non fossero Congregazione. Queste persone per la loro mediocrità, il loro egoismo, oscurano la luce del vangelo e sono sempre pronti a uscire e a ritenersi nel giusto. Non si ricordano che “se il chicco di grano non muore non dà frutto” e che è meglio dare la vita nel campo della Chiesa che morire da eroe incompreso. La vera storia della Congregazione comincia sempre “ora, questo è il tempo favorevole”, il “già” è ormai passato, il “non ancora” è all’orizzonte. E se il presente ci turba Dio è più grande dei nostri turbamenti.

P. Diego Spadotto, CSCh