Difficoltà e opportunità di educare in tempo di pandemia

"Missione educativa Cavanis: difficoltà e opportunità di educare in tempo di pandemia. La mia esperienza in quanto Preside della Scuola Cavanis di Venezia"

Quando si pensa alla scuola il pensiero va a quell’ambiente in cui i luoghi, i tempi, le persone sono predisposti all’incontro. Un incontro e una relazione che si svolgono in uno spazio (l’aula, il banco)  che sono cadenzati da ritmi ben precisi scanditi dal suono della campanella (le ore di scuola, gli intervalli ricreativi, l’entrata e l’uscita degli studenti), incontri e scambi che avvengono tra persone (tra pari e tra studenti e docenti). Questa immagine di scuola è stata stravolta dalla pandemia. I luoghi si sono dovuti adattare al principio dei distanziamenti: aule e corridoi tracciati, banchi ad  “almeno un metro dalle rime buccali”; i tempi scuola sono stati dilatati o compressi e le relazioni hanno perduto la naturalezza e la “fisicità”che sono connaturate alle persone che  per natura  sono esseri sociali. La mascherina protegge, ma nel contempo toglie la possibilità di intravedere un sorriso, attutisce la comunicazione, rende difficoltosa una relazione che è fatta anche mimica facciale, di linguaggi non verbali. 

La scuola ha affrontato questa situazione – che non chiamerei più di emergenza visto che si protrae ormai da un anno – con tutta la buona volontà e la disponibilità degli insegnanti, lo spirito di adattamento delle famiglie e soprattutto degli studenti piccoli e grandi. Si è adeguata alle aperture e chiusure, alle chiusure totali e a quelle parziali; ha modificato in itinere orari e procedure adattandole alle situazioni e conformandosi ai dettami legislativi nazionali e regionali; ha visto eseguire tamponi di prima e seconda generazione; ha saputo spiegare ai più piccoli perché venivano imposte limitazioni.

Che ne è stato della didattica? Come si è trasformata in quest’anno?  Classroom, DAD, DDI, sono diventati termini comuni. Il  “compagno di banco” è scomparso, travolto dal distanziamento e relegato ad una “figurina” sullo schermo. Didattica a distanza o da remoto. Distanza, remoto, appunto. Tutta  una “liturgia scolastica” è stata trasformata come i riti tipici dell’incontro in presenza.

Lo schermo del pc non realizza l’empatia che si crea tra che dialogano, tanto più tra docenti e discenti. Non tutti i ragazzi affrontano la relazione a distanza allo stesso modo e al di là delle oggettive difficoltà strumentali o di connessione, l’aspetto emotivo e psicologico influisce sull’apprendimento come quello relazionale influisce sui fattori di crescita dell’individuo. Quali saranno le ricadute di tipo psicologico, emotivo sugli studenti in particolare? Credo si dovrà lavorare molto nei prossimi anni per ripristinare un equilibrio perduto o messo a dura prova. La didattica tradizionale non è infatti “trasferibile” alla modalità da remoto e le verifiche vengono condotte in modo diverso, spesso trasformando la classica interrogazione in un dialogo. Ritengo che la DAD sia una risorsa e non un ripiego, a patto di considerarla uno strumento utile in casi particolari, di “emergenza” appunto, nell’ impossibilità effettiva per uno studente o docente di essere fisicamente a scuola.     

In questo periodo tuttavia, proprio per le restrizioni cui siamo stati sottoposti, abbiamo riscoperto il senso di alcuni valori acquisiti ma non“scontati”: l’importanza e il piacere dello stare insieme, del condividere spazi, emozioni, difficoltà e gioie, della “fisicità” degli incontri, in aula, nei corridoi, nei cortili. Abbiamo preso coscienza dell’importanza di alcune pratiche igieniche, ma anche delle regole che disciplinano la convivenza in una comunità scolastica. Abbiamo sperimentato che la solidarietà arricchisce mentre l’indifferenza emargina chi la pratica, che il superfluo non appaga e l’essenziale ci soddisfa.

Prof. Claudio Callegaro – Preside della Scuola di Venezia