La crisi della pastorale giovanile è dovuta, in buona parte, alla mancanza di figure educative perseveranti, capaci di stare con i giovani, condividendo con responsabilità paterna la fatica della loro maturazione personale e sociale.
La responsabilità come scelta di vita
“La vita responsabile” è il titolo di uno scritto del teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, incarcerato per la sua strenua resistenza al nazismo, ucciso in un campo di concentramento nel 1945. La responsabilità di cui parla il grande teologo è duplice: quella della vita personale e quella morale per la vita e la dignità degli altri.
Negli stessi anni una giovane ebrea, Etty Hillesum, morta ad Auschwitz, dal campo di raccolta di Westerbork, scriveva nel suo Diario: “Il nostro sorvegliante ebreo, lo vedo spesso nei miei pensieri, ha il suo collo diritto e rigido, odia i suoi persecutori con un odio che suppongo sia giustificato, ma è un uomo crudele, un perfetto capo di campo di concentramento”.
Anche le vittime sono uomini, e possono diventare crudeli. La giovane aveva capito che nessuno è assolutamente buono e libero dal contagio del male. I giovani dovrebbero essere educati a essere coraggiosi e a sentirsi responsabili della vita di se stessi e di ogni altro essere umano.
Contro l’analfabetismo civile
L’educazione della mente e del cuore alla responsabilità è una necessità culturale, contro l’analfabetismo civile. I giovani sono già passati dal “Cogito ergo sum” al “Digito ergo sum”; nella società sono in uso espressioni come “fratelli coltelli” e “nessuno tocchi Caino”.
Bambini e bambine vanno formati alla responsabilità personale e sociale in famiglia e nella scuola, per imparare a difendere sempre il valore e la sacralità della vita di ogni essere umano e di ogni vivente. Non si può lasciare solo alle leggi il compito di reprimere l’irresponsabilità.
Il mondo vetrina e le illusioni che feriscono
Siamo diventati il Sisifo di noi stessi: spingiamo in salita un masso della responsabilità che rotola indietro, senza una meta, senza un obiettivo.
I giovani vanno aiutati a recuperare la loro anima coraggiosa e a smettere di sgretolare se stessi in un mondo che è come una vetrina piena di illusioni, di falsi bisogni, di social seduttori che generano ansie di prestazione.
Nel “mondo vetrina” ci sono tutte le premesse per la violenza e le guerre promosse da irresponsabili, dove le prime vittime sono i giovani che hanno fretta di cambiamento, ma che non assumono il cambiamento con responsabilità personale.
Il rischio personale per il bene
Viviamo un tempo in cui i troppi “regni del male” assumono aspetti assurdi e le lacrime di dolore di milioni di innocenti diventano fiumi; un tempo in cui non è più possibile eludere la domanda: cosa sono disposto a fare per cambiare?
Pensare e agire in modo responsabile non sempre vuol dire agire da “persone ragionevoli”. I tempi sono talmente complessi che non basta la ragionevolezza, non basta la virtù: occorre l’accettazione di un rischio personale per il bene.
“La vita responsabile è quella di chi sa mettere in conto il rischio personale e l’incertezza del bene nella storia… Il Cristo, il grande sconfitto dall’alleanza tra potere religioso e politico, sconfitto dall’abbandono e dall’incredulità dei discepoli, è l’unico che dà l’esempio umile e perfetto di responsabilità personale, la cui vita non vuole essere altro che una risposta alla domanda e alla chiamata di Dio”.
Il tempo è il bene più prezioso, ma è il meno recuperabile.
Lavorare per la generazione che viene
Perduto è il tempo in cui non siamo vissuti in modo responsabile. In quest’epoca in cui la confusione di valori, le paure e la lettura poco intelligente della realtà sono protagoniste, ci si trova a fare i conti con le medesime domande sull’unica cosa che conta: la responsabilità di ognuno.
L’abitudine all’inganno e la connivenza con il male, sempre ben mascherato, hanno un volto banale e beffardo, comunissimo, non riconoscibile da occhi poco educati alla responsabilità.
Per ogni giovane responsabile la domanda ultima non è: come me la caverò in questa situazione mondiale, ma quale potrà essere la vita della generazione che viene.
Siamo disposti, quando ragioniamo con i ragazzi, nelle nostre scuole e associazioni, a lavorare in vista della “generazione che viene”? Far finta di non sapere tutto questo è un nemico più pericoloso della cattiveria. Contro la stupidità del disinteresse sociale, non abbiamo difese.
P. Diego Spadotto