Formazione esperienziale e sapienziale per essere fraterni e creativi

"La Carità non divide il mondo tra chi dona senza ricevere e chi riceve senza donare". 

Gesù ha formato i suoi discepoli a partire dall’esperienza, aiutandoli a scoprire la sapienza. La vita consacrata ha difficoltà, oggi, a trovare le modalità giuste per elaborare un cammino di  formazione permanente esperienziale e sapienziale che sia qualcosa di più di un semplice tempo dove apprendere norme e regole. Essa dovrebbe essere una palestra dove allenare attitudini a un continuo miglioramento nella crescita verso la santità, valorizzando la resilienza, il coraggio, l’anticonformismo, la fiducia in se stessi e lo spirito di sacrificio.

Per i Fondatori  la formazione non era un’armatura che impediva di cogliere i bisogni della società, specialmente dei ragazzi. Essi hanno formato i primi confratelli coniugando esperienza di vita con i ragazzi e studio sapienziale non fine a se stesso. Fin dalla caduta della Repubblica di Venezia e nelle guerre del Risorgimento italiano, hanno affrontato cambiamenti di governo, instillando nei confratelli e nei giovani l’attenzione verso i più poveri e l’impegno sociale per essere “buoni cittadini”. Hanno insegnato a confratelli e giovani a considerare indispensabile l’indipendenza economica e psicologica da coloro che consideravano i poveri come “plebe”, su cui non valeva la pena investire. La Carità non divide il mondo tra chi dona senza ricevere e chi riceve senza donare. 

Enunciare programmi da realizzare nella formazione, come si fa oggi, non serve a niente se poi non vengono svolti. Bisogna scrollare di dosso l’accidia che ricopre il cammino di formazione come una coltre opaca di indifferenza e imbriglia con consuetudini sorde alle urgenze di cambiamento. Nella vita religiosa non si “entra” ma si è “accolti” e “Dio stesso porterà a termine ciò che ha iniziato in noi” (Fil 1, 6).

Poi si prende coscienza che non si può contare su se stessi, ma solo sull’amore di Dio, perché non è una struttura che garantisca di per se stessa una buona riuscita. È cammino nel deserto con tutto quello che comporta di difficoltà. Per questo è necessario che l’offerta della propria vita avvenga unicamente in risposta al suo amore che ci ha chiamato. L’offerta della propria vita “come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12, 1), è possibile solo perché Dio chiama e dona la forza. Non si insegue un progetto personale, non si tratta di una decisione umana ma di un consenso a Dio è un gesto profetico. Si fa l’offerta di un dono ricevuto: la vita. Come Maria, i religiosi non sanno sotto quale croce li condurrà la chiamata del Signore, né perché hanno trovato grazia e benevolenza presso Dio.

La conformità alla volontà di Dio non è mai pienamente raggiunta una volta per tutte. Si tratta di accettare la fatica, i rischi e le prove nell’umile condizione di vasi di creta destinati a custodire un tesoro, con gioia. Gioia che non è un’emozione ma un habitus, che dona energie spendibili nella vita di ogni giorno, per evitare di trascinarsi in una vita di preghiera triste, grigia, noiosa, abitudinaria, segno di una vita di comunità triste, grigia, noiosa. 

Ogni religioso desidera costruire comunità unite, libere, liete fraterne dove ognuno sia creativo e responsabile degli altri. Nello stesso tempo tutti sanno che cosa implica accogliere o tradire questa responsabilità. Le tentazioni di protagonismo, di rivalità, di invidia, di scarsa stima vicendevole sono sempre presenti e seducenti. In questo esercizio di “pluriformità nell’unità” siamo aiutati dalla scuola che è il Vangelo, che insegna a superare i pregiudizi e a valorizzare le diversità culturali e le relazioni interculturali.

La Congregazione si é aperta alla missione propria della Chiesa non vive più in una monocultura, quella italiana.  I giovani religiosi di oggi dentro la congregazione sono molto più eterogenesi di quelli del tempo dei Fondatori hanno bisogno di formazione umana-esperienziale:  “Mantieni i tuoi pensieri positivi, perché i tuoi pensieri diventano parole. Mantieni le tue parole positive, perche le tue parole diventano i tuoi comportamenti. Mantieni i tuoi comportamenti positivi, perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini. Mantieni le tue abitudini positive, perché le tue abitudini  diventano i tuoi valori. Mantieni i tuoi valori positivi, perché i tuoi valori diventano il tuo destino”.

P. Diego Spadotto, CSCh