Gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse …” (Mt 19, 13)

Quando leggiamo il Vangelo, spesso cerchiamo nelle parole una dottrina, una morale, perfino una conoscenza per fare qualcosa.

Quando leggiamo il Vangelo, spesso cerchiamo nelle parole una dottrina, una morale, perfino una conoscenza per fare qualcosa. Questa lettura non impegnata, diventa fatalmente noiosa e non porta ad amare Gesù e nemmeno a “imporre le mani e pregare” sui bambini. La stessa cosa succede nel vivere il carisma e la missione Cavanis. Ci arrampichiamo sul sicomoro delle interpretazioni per “vedere meglio” ma non ascoltiamo l’invito “oggi devo fermarmi a casa tua”. 

Poi, improvvisamente, ecco una tempesta, come quella che stiamo vivendo, e anche se Lui è presente, gridiamo come “uomini di poca fede”: “Signore salvaci, siamo perduti”. Quando nel 1985 San Giovanni Paolo II incontrò, durante il suo viaggio in Messico, alcuni rappresentanti delle etnei indie memori degli eccidi compiuti dagli invasi spagnoli durante l’invasione del loro Paese, essi restituirono al Papa la Bibbia invitandolo a ridarla “agli oppressori, perché loro più di noi hanno bisogno dei precetti morali in essa contenuti”.

È alle fine delle cose che si annidano nuovi inizi. Nessuno può tornare indietro e ricominciare daccapo, ma chiunque può andare avanti e decidere il finale. Nulla di ciò che abbiamo acquisito è acquisito per sempre. Nemmeno le modalità di vivere quei doni del Signore che chiamiamo carismi. La Parola rinasce in Cristo che non vuole più sacrifici dall’uomo ma si sacrifica lui stesso e insegna che una cosa è la fede e altra l’esperienza di fede vivendo il carisma. 

“Oggi” è il tempo più adatto per smascherare ogni equivoco a riguardo del carisma.  Questo è l’insegnamento di Cristo, che continua a fare il suo ingresso in un mondo giovanile affamato di salvezza. Alza la posta in gioco e attira con le sue promesse noi uomini smarriti, che non ce la facciamo più ad avere fiducia in noi stesso.

Gli Apostoli convertirono il mondo con l’annuncio del Vangelo proclamato in Spirito di comunione, non come un branco di sbandati. Sapevano in Chi avevano posto la loro fiducia. La comunità religiosa non è un branco. Solo quando si esce dalla mentalità del branco si fa comunione. La diversità dei dodici che Gesù sceglie deve farci riflettere quando noi sogniamo comunità omogenee e senza tensioni.

Le comunità nate dal Vangelo hanno la più accentuata delle diversità culturali e etniche. Bisogna pensare di più a Lui che è presente dove ci sono due o tre, e un po’ meno alle differenze, evitando il fariseismo della superiorità culturale, storica, economica. Siamo stati chiamati e inviati senza denaro, senza due tuniche e non a competere per i primi posti, alla ricerca di applausi.

Quanto più ci si limita solo a parlare di fraternità tanto più si diventa comunità/branco. C’è ancora molta strada da fare per arrivare a capire che “quando tu incontri un altro uomo che tu chiami straniero, incontri te stesso, solo che non ti riconosci”

Papa Francesco afferma che la vita religiosa se vuole avere futuro, parli meno di fraternità, la pratichi di più, “sia scandita da pace, gioia e umorismo”, e non si fermi alle lamentele sui numeri delle vocazioni. Esse alimentano solo paure e nostalgie. Sia coraggiosa nello smascherare il male che provoca divisioni. “L’unità non è uniformità, ma armonia multiforme”, per  “inculturare la fede ed evangelizzare la cultura”. Se questo non avviene, la vita consacrata, “finisce in posizioni aberranti e ridicole”.

La vita consacrata, ha senso in forza della Grazia e non in forza del protagonismo di pochi, “esperta in comunione, missionaria e promotrice di fraternità, per affrontare la tentazione della sopravvivenza“, rinunciando al calcolo della quantità e al criterio dell’efficienza che porta ad essere “discepoli timorosi, chiusi nel passato e abbandonati alla nostalgia”. Richiamo delicato e profondo “ci hai fatto per te Signore e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant’Agostino).

Se non accoglieremo nella nostra casa/vita, senza riserve e senza calcoli, ma con forte carica spirituale i bambini e i ragazzi, “imponendo le mani e pregando”, continueremo a perderci nella trappola delle strutture materiali, come se il carisma fosse legato alla grandezza o al rendimento economico delle stesse e non allo stile di vita delle persone. Il tempo è breve e il presente sembra senza futuro. 

P. Diego Spadotto, CSCh