Homo sapiens oppure: “homo sedicente sapiens”?

La pandemia ha portato un senso di insicurezza nella vita personale di ciascuno e nella dimensione collettiva.

Lo Spirito non cambia i contenitori, non modifica le strutture; per fare tali cose si fida di noi. La Congregazione che ha nella formazione dei giovani il suo carisma, nel post pandemia, non è chiamata, in primis, a un cambiamento di strategie, ma una trasformazione interiore che parte da ciascuno. Davanti al male ci sentiamo tutti impotenti, non limitiamoci a discutere su ciò che la pandemia significa per il mondo.

L’ossessivo rincorrersi di opinioni, stordisce. Come solo finita la Seconda Guerra Mondiale, si è avuta coscienza generale del male assoluto della Shoah, che aveva sfigurato il mondo e l’umanità, così solo a fine pandemia si avrà coscienza delle grandi mutazioni che essa ha provocato.

Speriamo siano per lo meno ricordati i combattenti che hanno lottato fino a dare la vita e che “l’Homo sedicente sapiens”si renda conto di quanto male ha fatto a se stesso con il suo orgoglio. La pandemia ha riportato alla luce che la realtà non è come avevamo creduto, «totalmente sotto il nostro controllo».

Ora bisognerà tornare ai giovani come a una urgente «priorità», per non far mancare loro quegli «educatori» che sono fondamentali nella formazione umana, prima ancora che professionale. Occorre ripartire dal «capitale umano».

È dalle persone “che può scaturire l’energia capace di contrastare la paura che paralizza, l’incertezza che mortifica le ambizioni e demoralizza ogni slancio». 

Prima della pandemia eravamo immersi in una cultura segnata da un eccesso di individualismo alimentato dall’illusione della libertà assoluta del singolo. I diritti e le libertà individuali sono limitati e limitabili. I grandi sviluppi della società tecnologica, hanno coltivato negli anni più recenti un illusorio senso di onnipotenza.

Dietro l’apparenza di invincibilità, la pandemia ha riportato in primo piano l’esistenza della realtà che, nonostante i progressi e benefici della scienza e della tecnologia, non è mai totalmente sotto il nostro controllo.

Il grande valore della libertà della persona, fondamento della convivenza civile deve fare i conti con una realtà che non è totalmente a nostra disposizione e, soprattutto, deve fare i conti con l’esistenza dell’altro, degli altri. C’è un “noi”, oltre che un” io”.

Per questo, nella vita sociale le libertà non sono mai assolute. Occorre riflettere su quali siano le priorità che si vogliono perseguire. La situazione imporrà dei sacrifici a tutti, per lungo tempo. Le giovani generazioni, sono colpite più di altri da alcuni effetti collaterali dell’emergenza che sta portando con sé, oltre che una crisi economica, un’emergenza esistenziale e spirituale, che non deve essere sottovalutata

La pandemia ha portato un senso di insicurezza nella vita personale di ciascuno e nella dimensione collettiva. Viviamo nell’incertezza, esposti a variabili indipendenti dalla nostra volontà e questo genera paura, ansia. Viviamo giorno per giorno, ma gli orizzonti spazio/tempo tendono a chiudersi su se stessi e perdiamo la capacità di pensare con pensieri rivolti a progetti che non si esauriscano nell’immediato.

Il virus lascia per molto tempo nel fisico una stanchezza anomala che prosciuga anche le energie morali. Ad essere esposti a questa pandemia sono soprattutto i giovani.

Verso di loro, che saranno chiamati alla grande ricostruzione, portiamo una enorme responsabilità. Occorre guardarci da due reazioni tanto comuni quanto improduttive: sognare il ritorno a una situazione a rischio–zero, che coincide con una forma di negazione della realtà, o rimanere imprigionati nella paura. In un momento della storia non meno drammatico del nostro, preso nella morsa delle due guerre mondiali, si diceva che «L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa». La paura che può paralizzare e deprimere. La questione essenziale del nostro tempo è vivere i cambiamenti in atto e il futuro che non sappiamo immaginare come terre sconosciute sì, ma da esplorare, convertendo le fonti di rischio in moltiplicatori di opportunità.

Se c’è qualcosa che può contrastare lo smarrimento dei giovani è la presenza di qualcuno più avanti nel cammino che si faccia loro compagno e nelle cui orme essi possano posare il piede. 

P. Diego Spadotto, CSCh