Il coraggio e la gioia della preghiera

La preghiera ci fa capire che nessuna vita umana è destinata a finire in un vicolo cieco, per quanto tragico sia il suo apparente fallimento.

Quando preghiamo, ce lo ricorda Papa Francesco, dobbiamo essere umili. Le parole siano effettivamente preghiere e non un vaniloquio. Si può anche pregare per motivi sbagliati.  Nella preghiera, Dio ci converte, non siamo noi che dobbiamo convincere o convertire Dio.

Io prego ma Tu, Signore, converti il mio cuore perché chieda quello che è conveniente, chieda quello che sarà meglio per la mia salute spirituale”.

I Vangeli sono pieni di preghiere: persone ferite nel corpo e nello spirito chiedono di essere guarite. Sono preghiere impregnate di sofferenza. È un immenso coro che invoca: pietà. A volte la risposta di Gesù è immediata, invece in qualche caso è differita: sembra che Dio non risponda. Quante volte abbiamo chiesto una grazia, un miracolo, e non è accaduto nulla. Poi, con il tempo, le cose si sono sistemate ma secondo il modo divino, non secondo quello che noi volevamo.

Il tempo di Dio non è il nostro tempo. Dio è il Signore dell’ultimo giorno ed è il giorno in cui si compiranno tutti gli aneliti umani di salvezza”. 

Impariamo questa pazienza umile di aspettare la grazia del Signore. Tante volte, il penultimo giorno è molto brutto, perché le sofferenze umane sono brutte. Ma il Signore c’è e all’ultimo giorno risolve tutto e ci dice: “Non ti amo perché sei buono, ma ti amo tanto e così ostinatamente che alla fine diventerai santo ai miei occhi”.

I comandamenti del Signore e tutto il vangelo sono una dichiarazione di amore e una disciplina per crescere nell’amore, nella gioia, nella libertà. Per capire il linguaggio del senso del peccato dobbiamo cominciare con un’etica che ci formi all’amicizia e alla filiazione divina che sono l’anima della preghiera. Nonostante le apparenze, ogni persona è immensamente santificata dalla presenza di Dio. Il linguaggio del peccato dovrebbe evocare l’amore infinito a cui siamo chiamati nell’aprirsi all’amicizia di Dio.

La preghiera ci fa capire che nessuna vita umana è destinata a finire in un vicolo cieco, per quanto tragico sia il suo apparente fallimento. Forse è strano che ogni celebrazione eucaristica, preghiera per eccellenza, cominci con l’invito a pensare ai propri peccati, ”per mia colpa, mia colpa mia massima colpa”.

Non è un inizio promettente per una festa piena di gioia pasquale, il seguito può condurre a esami di coscienza incessanti, a malinconia e a un senso di colpa che intristisce. Quando preghiamo possiamo cadere nel rischio di pretendere che sia Lui fare la nostra volontà. L’apostolo Paolo ricorda che non sappiamo nemmeno cosa sia conveniente domandare. Domandiamo per le nostre necessità, i nostri bisogni, le cose che vogliamo, ma “è più conveniente” pregare così: “sia fatta, lodata, eternamente esaltata, la santissima volontà di Dio”. 

La gratuità è la caratteristica dell’azione salvifica di Dio anche nella sofferenza. Il resto è commercio. Coltivare la sofferenza per la sofferenza é patologia e non santità. Il dolore non lo si coltiva, lo si affronta. Non c’è nella nostra vita un tempo che non porti le stigmate, che non conosca la sofferenza e anche la paura della morte. Gesù “è l’uomo che conosce il patire”. Chi non conosce il dolore non è credibile. Ha ragione l’Apostolo Tommaso:

“Se non vedo il segno dei chiodi…non credo”. “Non chiedo che tu mi guarisca:/offesa sarebbe la domanda/che esaudire non puoi:/chiedo che tu mi salvi/che non mi lasci per sempre/soggiacente a questa quotidiana morte” (D. Turoldo). Alla fine vale quello che resta e resta quello che vale. Gesù conobbe i disagi della vita itinerante e povera e sempre in preghiera. Le guarigioni che Gesù opera non hanno tanto lo scopo di esaltare la potenza di Dio, bensì di manifestare la sua passione per l’umanità. La carità è visibile nella sua delicatezza e nella sua discrezione.

Lo sapevano P. Antonio e P. Marco Cavanis che chiedevano al Signore la grazia di “poter sempre pregare”. In un racconto di Bernanos, al gemito di una povera madre che ha perso il figlio, Dio mormora dolcemente “perdonami, un giorno capirai, saprai, e mi ringrazierai, ora aspetto da te il perdono. Perdonami”.

P. Diego Spadotto, CSCh

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