Quando i due giovani Cavanis, Antonio e Marco, fanno la scelta vocazionale al sacerdozio, entrambi si sentono chiamati dal Signore ad “amare i figli degli altri”. Questa è la loro vocazione e missione, che “finirà solo quando finiranno le necessità dei poveri e dei piccoli”. Sono convinti che il male trionfa quando “i buoni incrociano le braccia”.
Una vocazione nata dall’amore paterno
La fedeltà amorosa caratterizza la paternità educativa come ogni altro tipo di relazione paterna o materna. Senza la dimensione spirituale di un amore perenne, è una negazione o una caricatura.
La figura e l’agire del padre Giovanni, membro di varie confraternite di Carità della città di Venezia, influenzano profondamente i figli Antonio e Marco, fin da piccoli.
I due giovani Cavanis lavorano entrambi negli uffici del Governo della città, conoscono bene la situazione di accentuata disuguaglianza sociale, aggravata dal fatto che la nobiltà, in decadenza, lascia la città verso le ville in campagna. In città rimangono pochi nobili ricchi, molti poveri e bambini senza scolarità.
Educare con pazienza, grazia e sicurezza paterna
Quando iniziano a dedicarsi ai ragazzi, sanno che non bastava alfabetizzare: bisognava educarli con pazienza, grazia e sicurezza paterna, per provvedere e preparare «l’alimento per i figli».
Fin dall’inizio offrono ai “cari figlioli” un ambiente sano, condizioni adatte allo studio, libri per la loro età. I disagi della “casetta” li riservano a se stessi, perché odono “il pianto e il grido di Rachele per i figli che non ci sono più”, offrono alla società, in crisi di paternità responsabile, un chiaro esempio di paternità educativa.
La “mancanza” della presenza del padre porta a una vita senza un “modello” di ispirazione per il futuro. Oggi, la “società senza padri” rifiuta qualsiasi considerazione sulle figure paterna e materna; la paternità educativa rischia di “scomparire”.
Davanti all’indifferenza del nostro tempo
Il flusso continuo di immagini di bambini, vittime di ogni tipo di violenza e abuso, “rende i cuori insensibili piuttosto che commuoverli”. “L’apatia è una delle sfide spirituali più serie del nostro tempo” (Papa Leone).
Già papa Francesco aveva denunciato la tendenza ad abituarsi alla sofferenza degli altri: “Non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro”. La compassione e l’empatia sono invece “espressione di ciò che significa vivere una vita autenticamente umana”.
Restituire dignità all’altro
“L’amore ai poveri, in qualunque forma si manifesti tale povertà, è la garanzia evangelica di una Chiesa fedele al cuore di Dio”. “Ravvivare l’umanità laddove si è raffreddata, dare voce a coloro che soffrono e trasformare l’indifferenza in solidarietà” (Papa Leone).
L’uomo trova nella compassione e nell’empatia gli strumenti più efficaci per “restituire dignità all’altro”. L’essere umano non risolverà mai definitivamente il contrasto tra i suoi sentimenti e le sue convinzioni, tra la sua indigenza e quella degli altri e il farsi prossimo.
Questo è il paradosso. L’essere umano salta nell’infinito, ma da un trampolino finito. L’antropologia del proprio limite definisce il perfezionismo umano come la perdita del senso dell’orientamento. L’imperfezione è qualcosa di intrinseco alla vita umana, una specie di privilegio, che non spinge alla “perfezione”, ma al prendersi cura di se stesso e degli altri.
Fare la propria parte
L’antropologia del limite umano non si preoccupa della soluzione dei problemi, ma inventa “soluzioni possibili”. Così hanno fatto i giovani Cavanis: hanno fatto semplicemente la loro parte, senza perdersi in chiacchiere e lamentele.
Se la ragione si ubriaca di se stessa, crea mostri. La favola della volpe e dell’uva aiuta a capire il limite: “l’uva non è ancora matura!”, afferma la volpe. Stupenda bugia che offende la logica, ma salva la volpe; la sua fame passa al secondo posto.
La volpe riconosce il suo limite, non riesce a prendere l’uva. L’uva “non” è matura per me, che non riesco a prendermela! Chi non riconosce i suoi limiti commette un auto-sabotaggio. Credere di risolvere tutto e per sempre è un’ingenuità.
Non siamo nati invano, non viviamo, soffriamo, invano; ciascuno faccia la sua parte. Ogni uomo ha un ruolo nei progetti divini e “abita nell’aiuto del Signore”, lavora con Lui. (cfr. Salmo 90).
P. Diego Spadotto, CSCh