La missione Cavanis sulla strada da Gerusalemme e Gerico

La misericordia che si fa prossimità: il carisma Cavanis come risposta concreta alle ferite dell’umanità

La strada dove nasce la missione

“Anche se moltiplicate le preghiere, io non le ascolterei …imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso” (Is 1, 1°-17). In questi giorni, le parole del profeta Isaia risuonano come un monito severo, manifestano una certa stanchezza di Dio perché gli uomini non vogliono accogliere la sua Parola e cercare giustizia e fraternità.

Nello stesso tempo, il testo di Isaia ci ricorda che l’evangelizzazione non si realizza quando “l’altro entra nei nostri recinti, ma quando i credenti si fanno prossimo nei confronti di tanta umanità sofferente”. Le parole forti del profeta non sono un’esortazione, ma una profezia missionaria che ci colloca sulla strada da Gerusalemme a Gerico (Lc 10, 25-37), dove l’uomo ferito non chiede di essere classificato, ma semplicemente di essere riconosciuto come uomo. Prima di ogni calcolo, di ogni appartenenza, di ogni paura, c’è un corpo vulnerabile che interpella; ci sono milioni di bambini e giovani feriti e abbandonati.

Una Chiesa che si prende cura

Da qui nasce l’accoglienza, la prossimità, non come sentimento generico, ma come forma storica della fede. Il punto decisivo è che l’attuale realtà di rifiuto, di esclusione di tanti sofferenti, non è soltanto scenario geopolitico di conflitti, ma luogo teologico della misericordia.

Dove i popoli s’incontrano, nessuno più è un’isola. “La missione non coincide con l’occupazione religiosa dello spazio, ma con la testimonianza di un Regno che viene quando l’amore si organizza, quando la compassione diventa decisione, quando l’accoglienza si traduce in cura, protezione, promozione e integrazione”. La Congregazione non è fine a se stessa: è ordinata al Regno di Dio, di cui è segno e strumento. Proprio per questo non può ripiegarsi su se stessa né trasformare la sua missione in gestione identitaria del carisma in astratto.

Lo Spirito apre nuovi cammini

Lo Spirito precede, accompagna e supera le nostre categorie; soffia dove vuole, e rende possibile riconoscere i segni di un amore che libera dal male, ricompone le relazioni e restituisce dignità a ogni essere umano.

Il Regno non è un programma disponibile, né una morale minima condivisa: ha il volto di Cristo, il Samaritano che si abbassa sull’uomo ferito. “Proprio perché ha questo volto, esso smaschera ogni attività che passa oltre per paura di contaminarsi, ogni politica che calcola l’umano solo in termini di sicurezza, ogni economia che misura la vita secondo la logica dell’interesse o della massimizzazione dei profitti”.

Il volto della paternità educativa Cavanis

La fede nel Dio Padre di Gesù non separa mai il culto dalla carne ferita del fratello. L’annuncio della Buona Notizia diventa credibile quando assume la forma della misericordia, in particolare verso i bambini, le donne e i giovani.

I Cavanis mostrano il loro volto migliore nella missione della paternità educativa samaritana, quando cercano i bambini e la gioventù più bisognosa, non quando sono “dogana”, come direbbe papa Francesco. Il testo di Isaia e del Vangelo rende intelligibile il bene come punto in cui Dio interroga l’efficacia del carisma Cavanis. Va ben oltre la fredda interpretazione di un’amministrazione regolata dall’interesse, perché introduce nella nostra storia una domanda più radicale.

La domanda che interpella tutti

Quale umanità vogliamo soccorrere, si chiede papa Leone nella Magnifica Humanitas?

La paternità educativa Cavanis non nasce da proclami solenni, ma da piccole fedeltà tenaci, da comunità capaci di fermarsi, commuoversi, abbassarsi e prendersi cura dei ragazzi. È questa la nostra missione: rendere visibile, senza possederlo, il Regno che Dio Padre già semina nella storia.

Padre Diego Spadotto, CSCh

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