L’anno 2020 è tramontato e con lui anche il mondo dei “sogni di gloria”

Il coronavirus ha ridimensionato sicurezze e manie di grandezza e di potere di molti.

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“ Fu vera gloria?” Se l’è chiesto anche Alessandro Manzoni alla morte di Napoleone. Non c’è gloria umana che non passi. Il 2020 è appena tramontato. La pandemia ha fatto capire a molti: “Sic transit gloria mundi”, fumo, soffio che passa e svanisce.

Il Regno di Dio non è la “gloria del mondo”, ma  l’Incarnazione del Figlio di Dio che si è fatto fratello dell’umanità. Il coronavirus ha ridimensionato sicurezze e manie di grandezza e di potere di molti. Ha fatto scoprire la vera statura dell’uomo e come sia ridicolo l’orgoglio amaro e acido di impuntarci nell’infantilismo di cercare la gloria di se stessi.

Conviene essere sempre molto cauti su tutte le letture dei fatti in cui ci vediamo protagonisti. Si finisce per vivere al minimo, sfogliando la vita e non leggendola fino in fondo, cercando applausi e approvazioni dalla “piazza”. La piazza non ha radici, è dell’occupante più forte, l’istinto. Le passioni dei successi sono sempre una vegetazione effimera, specialmente quando per dar gloria a se stessi mettiamo in croce gli altri e non abbiamo l’umiltà di accettare di aver bisogno degli altri per costruire un mondo di “Fratelli tutti”. La nostra quotidianità é attraversata da paure e da continue tentazioni di salvare solo la propria pelle, forse conseguenze psicologiche  del virus.

Se ci preoccupiamo di capire se siamo felici o no, non riusciremo ad essere felici, perché troppo concentrati su noi stessi. Lasciamo perdere allora la ricerca della nostra felicità, prendiamoci cura di quella delle altre persone e saremo più felici di quanto si possa immaginare.

 “Persona” deriva da “maschera” in latino e, come tante altre parole, ha finito per significare il suo contrario.

Continueremo ad usare le “mascherine” ma dobbiamo essere persone responsabili e affidabili, senza maschera.

Il problema di noi esseri umani è che desideriamo sempre qualcosa di diverso da quello che ci tocca vivere. L’uomo saggio non aspetta che si creino tutte le condizioni idonee per vivere con intensità ed essere felice, sa vivere con profondità in ogni situazione, non conduce una vita fatta di frammenti. Se non rinunciamo a tormentarci per essere felici ad ogni costo non lo saremo mai: “Nel giorno lieto sta allegro…Dio ha creato gli uomini retti, ma essi vanno in cerca di infinite complicazioni…” (Qo 7, 14-29).

Nella vita delle persone, centrate nella gloria di Dio, la sofferenza e la gioia possono coesistere e la sofferenza non è pericolosa perché non è segno di una delusione rassegnata di fronte agli insuccessi.

La fecondità passa anche attraverso la sofferenza. La pandemia sembra aver chiesto a tutti: dove sta la vera gloria?  Nessuna delle nostre preoccupazioni sincere per gli altri va perduta, così pure nessun atto di amore per Dio e nessuna stanchezza generosa. Bisogna far crescere la solidarietà tra di noi, tra le parti territoriali della Congregazione, con i giovani e con i più poveri. 

Il prenderci cura gli uni degli altri non mente mai, invece la retorica di quelli che si auto incensano di egoismo non smette mai di mentire. Importante è lasciarsi toccare dalla grazia:“Egli ci consola in ogni nostra tribolazione, perché anche noi possiamo consolare quelli che si trovano in ogni genere di afflizioni, con la consolazione con cui  noi stessi siamo consolati da Dio” (2Cor 1, 4-6).

La vita consacrata perde il meglio di sé quando finisce per corrompersi e identificarsi con le logiche e strutture mondane. Nemmeno le “opere buone compiute secondo la legge”, servirono a San Paolo per la salvezza. Senza il dono di sé, la vita è ridotta a moralismo sterile è fallimentare.

L’impegno a favore sempre degli ultimi non è il riempitivo di un proprio vuoto, da cui magari si cerca di evadere con l’attivismo. Quando ci si accosta alle persone vulnerabili non possiamo non sperimentare e ammettere le proprie fragilità. Tutti abbiamo bisogno di cura.

Non siamo come i “benefattori di questo mondo”, dice Gesù. Bisogna lavorare per un mondo dove “gli esclusi diventino protagonisti” (Francesco ai Giovani in “The Economy of Francesco”). La psicologia e la storia ci insegnano che quanti sono chiamati eroi in vita, durano poco. In questa situazione di pandemia viene spontaneo pensare  che sono beati quegli eroi che non hanno bisogno  del sostegno emotivo delle folle. Beato chi sa esprimere gratitudine all’ordinarietà di un lavoro straordinario.

P. Diego Spadotto, CSCh