L’arte di conoscere se stessi e cambiare con stile sinodale

Conoscersi davvero per crescere insieme.

Nel documento finale del XXXVI Capitolo Generale Ordinario 2025 al sottotitolo “La cura della vita comunitaria”, leggo: “Si invitano tutti i membri a lavorare per conoscere se stessi e a condividere la propria consapevolezza nella Comunità”. Molti confondono il conoscere se stessi con il proprio benessere. Con un po’ di sana ironia si potrebbe dire che, “per cercare il proprio benessere faticano fino a star male!”. Normalmente, il buon senso aiuta a dire tanti “no” a cose che non vale la pena fare, e che non c’è alcun bisogno di fare. È l’eccessiva preoccupazione con se stessi e con le proprie convinzioni e idee, che impedisce ogni cambiamento.

Oltre le maschere e il perfezionismo

Non siamo chiamati a fare sempre bella figura, non abbiamo bisogno di metterci nessuna maschera o avere centinaia di like. Il perfezionismo psicologico pervade un po’ la nostra cultura, e anche la vita religiosa, per cui si deve essere sempre performanti, risolti. Si fatica ad arrivare a una certa libertà da “tutti sono così” e si rimane narcisisti, perfezionisti, in una ricerca frustrata del proprio ego. Pochi riescono a smettere di vivere in funzione di quello che l’ambiente richiede, lasciano che “i morti seppelliscano i loro morti”, voltano pagina, e vivono perseveranti in work in progress su se stessi.

Le gabbie interiori che impediscono il cambiamento

Frequentemente, anche dentro la vita religiosa non si cambia se stessi perché si tenta di difendersi da ciò che si teme, fabbricando rifugi che diventano gabbie, per evitare qualcosa che poi non accade o non va esattamente come si era programmato o come si temeva. Spesso tutto questo diventa una tortura, impedendo di sintonizzarci sui fatti, sulla realtà con tutta la sua consistenza, liberi da assolutizzazioni e banalizzazioni. La conoscenza di se stessi e il cambiamento, diventano l’arte di lasciarsi contraddire e di imparare qualcosa di nuovo, di rivedere i propri passi, tornare sulle proprie azioni e mutare atteggiamenti con maturità.

La via equilibrata della crescita

L’ideale perfezionista è un’idolatria dagli effetti tragici, è un nemico terribile, tanto quanto il disinteresse e l’immobilismo presuntuoso. Tra l’uno e l’altro c’è una via equilibrata, che è la crescita, l’apprendimento continuo e umile, la speranza coraggiosa, il lasciarsi correggere, dire di no al proprio ego, rinnegare la schiavitù della propria immagine, vincendo paure e censure.

Fragilità, maturità e comunione

Questo comportamento è coraggioso, degno di persone che hanno imparato vedere i propri errori, a riconoscerli e a ricredersi con serena dignità. Nessuno diventa più maturo di quanto è, se non ha il coraggio di mettere in discussione il suo modo di pensare e agire e tutto ciò che spesso afferma categoricamente, per imparare qualcosa di nuovo a riguardo della propria fragilità e dei propri limiti. Fare i conti con la propria fragilità e i propri limiti è vitale, essi diventano forza per tutti, conoscenza reciproca, mutuo sostegno. È in questa fatica che si riesce a essere se stessi in comunità, comunione, in un “noi insieme”, luogo e tempo di presenza e di servizio.

Uscire da sé per la missione

L’offerta della propria persona e dei propri doni, non è frutto di strategie o programmi, è un dinamismo di comunione portatore di senso e di gioia, non una zona di conforto per “sentirsi bene”. Compito di ogni religioso responsabile di se stesso, “è uscire insieme ai fratelli dai piccoli ovili, verso i pascoli aperti della missione evangelizzatrice”, anche a costo di rimanere feriti per causa del Vangelo, e non girare attorno al piccolo mondo del proprio ombelico.

Le ferite che diventano testimonianza

Nel sussidio per la Giornata dei Missionari Martiri, trovo questo pensiero “il Signore un giorno ci chiederà, mostrami le tue ferite”, esse sono le “medaglie” conquistate in missione. Troviamo il coraggio di scrutare i nostri cuori turbati e divisi, le parti di noi che non ci piacciono e la paura di cambiare, che ci fa reagire con veemenza quando gli altri ci contestano. Che cosa temiamo di noi stessi? È normale se a volte temiamo i cambiamenti e altre volte li desideriamo. Questa “divisione” è dinamica, dialettica, genera movimento e crescita.

La conversione del cuore

Nella parabola evangelica del Padre Misericordioso il figlio maggiore si chiude in se stesso imbronciato, perché il padre fa festa per il figlio minore che è tornato. Non sarebbe stato meglio se si fosse impegnato a cambiare le idee a riguardo di se stesso e del fratello, partecipando alla festa?

P. Diego Spadotto, CSCh

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