L’aula è vuota: la mia esperienza in quanto insegnante della Scuola Cavanis di Possagno

I ragazzi vedono solo il nostro volto, e questo viso è ulteriormente nascosto dalla mascherina. Siamo diventati soltanto occhi.

Prof. Ciro Gazzola.
Prof. Ciro Gazzola.

Accadeva spesso. La campanella suonava, noi insegnanti restavamo soli, dietro la cattedra. Riordinavamo i libri, i registri, gli appunti. Fuori sentivamo voci che si allontanavano, lo sbattere delle porte, in cortile le grida dei ragazzi, il rumore di auto in partenza. Se avevamo la pazienza di aspettare ci giungeva la voce dei colleghi che se ne andavano, l’aprirsi e il richiudersi di una porta.

Poi, sulla scuola, calava il silenzio. Ma sapevamo che si trattava di un silenzio provvisorio: il tempo di qualche ora, una notte soltanto, e le voci sarebbero tornate ad abitarla. Negli ultimi mesi la scuola è diventata disabitata. Guardandoci intorno osserviamo lo spazio che racchiude il nostro lavoro, i sogni e le sfide dei ragazzi, alcuni ideali di appartenenza, cultura, di miglioramento.

Ci sentiamo tristi. Questo posto è – fisicamente, materialmente, forse ormai anche idealmente – deserto. La lezione passa – si fa – attraverso uno schermo; lo schermo è quello del computer, ovvero di uno strumento. Prima i nostri strumenti erano quelli che ci ritrovavamo in sorte: la voce, il corpo, la nostra passione. Oggi tutto questo è trasformato in ologramma.

I ragazzi vedono solo il nostro volto, e questo viso è ulteriormente nascosto dalla mascherina. Siamo diventati soltanto occhi. Voi che per li occhi mi passaste ‘l core / e destaste la mente che dormia, scriveva Cavalcanti; mi chiedo: aveva ragione? Possiamo, attraverso i nostri occhi dentro questo schermo, destare davvero qualcosa nei  nostri alunni?

Si stringono nuovi legami, da lontano; anche nuovi patti, talvolta. In questa pandemia che ci ha tolto la nostra scuola abitata portandoci dentro il non-luogo di uno schermo, si sono sentiti molti lamentarsi, su entrambi i fronti: insegnanti che non sanno usare la tecnologia, alunni che copiano, non seguono le lezioni, mancano di rispetto. Certamente, succede.

Eppure io credo che, qui a Possagno, oggi, dopo quasi un anno di lezioni a distanza, ci sia anche un nuovo affetto; l’affetto che scaturisce quando ci si accorge che la vita non è sempre riuscire, ma molto più spesso tentare. Ho visto colleghi tentare di essere buoni insegnanti anche da lontano, alunni tentare di essere buoni alunni anche a distanza. Insomma, ho visto, su entrambi i fronti, un tentativo di diventare migliori.

E questo tentativo non è soltanto didattico, quanto piuttosto umano: di fondo, si è trattato di costruire un patto educativo che non fosse soltanto da mente a mente ma, in puro stile Cavanis, anche da cuore a cuore, e che mettesse in pratica il celebre motto di Samuel Beckett secondo cui la vita non è solo tentare e fallire, ma anche e soprattutto tentare ancora, fallire meglio.

Di fronte alle tante difficoltà di questa pandemia – difficoltà per noi educatori, è vero, ma difficoltà soprattutto per i nostri ragazzi – l’opportunità che mi pare di scorgere, da insegnante formato e cresciuto in questa scuola, è proprio questa: il valore di un tentativo condiviso di avanzare insieme, alunni e docenti, nonostante la terribile situazione, il pessimismo, i problemi che ci circondano. Forse è una piccola lezione, questa; ma, io credo, è la più importante che una scuola, oggi, dovrebbe dare.

Prof. Ciro Gazzola