Padre Antonio Cavanis ci parla di un futuro di speranza per la nostra Vita Religiosa

Memoria, conversione e fedeltà come cammino per generare futuro nella vita consacrata.

Un’eredità di carità che nasce dal Vangelo

Nel centenario del Dies Natalis di P. Antonio Angelo Cavanis (1958), così scriveva Padre G. B. Piasentini:
“I poveri fecero preda, molto presto, del cuore di P. Antonio. Il papà glieli aveva raccomandati morendo. Solo che egli dette ampiezze inattese a quella raccomandazione, aperto com’egli era, sulle orme del Vangelo, alle giuste esigenze sociali del suo tempo. Fu la carità soprannaturale che gli dilatò l’anima, e l’amore di Dio fiorì in un’opera di squisita beneficienza umana”.

“Fu volontà divina che le contraddizioni, le opposizioni, talora le calunnie, spessissimo le vessazioni, i dinieghi, i tentativi di limitazioni, le ispezioni, le caparbietà di un governo liberticida tentassero in mille modi, per decenni e decenni, di soffocare il respiro della sua Opera? Esse trovarono, però, la diga insuperabile della sua pazienza, della sua inesausta preghiera, della sua invariabile serenità”.

Le storie che interrogano la coscienza

Ci sono storie, come questa, che appena le ascolti segnalano una svolta nella vita, perché costringono a fermarsi e a chiedersi: “E io cosa avrei fatto al suo posto? Avrei avuto il coraggio di…?”.
La vita della maggior parte delle persone non è spettacolare, come non lo è stata quella di P. Antonio, o lo può essere in un modo più sottile, dipendendo da come si sposta il baricentro delle cose che succedono.

Qualcosa d’imprevisto comincia a chiedere spazio dentro la persona. Non è un dubbio, non è una crisi. È una domanda. Dietro ogni domanda c’è sempre un essere umano che tenta di capire se stesso, capirsi come persona. A un certo punto, questa domanda non la tieni più a margine della vita. Non si mette sotto un tappeto di calcoli. La lasciamo crescere.
E facciamo ciò che pochissimi osano: cominciare una seconda vita, un atto di coerenza, in risposta alla domanda che brucia dentro il cuore.

Dopo il Capitolo generale: una chiamata alla verità

Dopo il Capitolo generale 2025, nonostante un’apparente tranquillità, in Congregazione si agitano tensioni represse, tristezza e sofferenza. Come “Pellegrini di speranza”, tutti siamo chiamati a conversione e ad arginare la tentazione di oscillare tra due estremi opposti.

Da una parte, fingere che in Capitolo non sia successo niente, rimuovendo le sconfitte, le pseudo-vittorie, le diversità e le divisioni; dall’altra, ammettere il non raggiungimento delle finalità espresse dal tema:
“Gioiosi nella speranza e uniti nella comune vocazione Cavanis, siamo invitati a testimoniare l’Amore di Dio Padre ai bambini e ai giovani del nostro tempo”, e iniziare un cammino di conversione nella sincerità delle relazioni interpersonali, smascherando ogni rigidità di posizioni e ideologie.

Rimettere al centro la misericordia e il carisma

La prima “missione” è rimettere al centro la misericordia di Dio, il perdono reciproco, dare maggiore impulso al Carisma specifico per essere una Congregazione sempre più attenta ai giovani più poveri, pronta ad affrontare le sfide ecclesiali e sociali di oggi.

Il Signore invita a eliminare dinamiche legate alla smania di primeggiare, alla preoccupazione per i propri interessi, alle maschere, ai sotterfugi e ai rancori, assumendo l’orizzonte della Congregazione e non quello del proprio orto personale.

Una fedeltà che genera futuro

È una trasformazione del cuore e della mente. Se la Congregazione vive la comunione e non cede alla logica della divisione, diventa segno evangelico per il mondo ferito da discordie, violenze e conflitti.
Il Signore non ci ha chiamati per essere religiosi impauriti, iperattivi e accentratori, ma appassionati e gioiosi nella fedeltà “che genera futuro”.

La fedeltà è il fondamento da cui ripartire per superare gli scandali degli abusi e la crisi delle vocazioni, attingendo forza dalla radice, che è il legame tra Cristo e i giovani. Il Signore ci vuole discepoli missionari liberi da personalismi, dal narcisismo e dall’autoreferenzialità, che non si combinano con l’azione missionaria.

Alla logica del “primeggiare” siamo chiamati a contrapporre un rapporto fraterno e un impegno formativo, per avere confratelli umanamente maturi e spiritualmente solidi, educatori autorevoli e competenti, in cui la dimensione umana sia ben integrata.
Confratelli capaci di relazioni autentiche, testimoni di una vita sobria e casta, di preghiera e di studio, per contrapporre alla “pastorale generica”, superficiale e ripetitiva, quella specifica “della maggior gloria di Dio e a salute di tanti abbandonati figlioli”.

P. Diego Spadotto, CSCh

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