“Padre Antonio e Padre Marco Cavanis veramente padri della gioventù”

Una paternità educativa che nasce dall’amore, guarisce le ferite e rinnova la vita.

Hanno amato i bambini e i ragazzi come “cari figlioli”, specialmente quelli più poveri. Poveri, di quella “povertà tragica di non essere amati da nessuno come figli”. Hanno amato i giovani ai quali predicavano e insegnavano, convinti che se non si amano i giovani, prima di predicare e insegnare, è meglio imparare ad amare.

Amare prima di insegnare

I buoni evangelizzatori/educatori aprono il loro cuore a tutto quello che vivono i ragazzi, come Gesù che per amore si è fatto in tutto simile a noi, fuorché nel peccato. Il vero insegnamento è testimonianza, abbraccia le domande che bruciano nel cuore dei giovani che non sono stati amati come figli o fratelli da nessuno, invitandoli a vivere sotto l’occhio paterno di Dio e a farsi prossimi alle sofferenze di altri giovani.

Vita con i ragazzi

L’amore paterno dei fratelli Cavanis non era fatto di teorie ma di “vita con i ragazzi”, amore che maturava lentamente come il buon vino, diceva P. Marco; amore fedele, antagonista alla superficialità e alla noia, alimentato dal silenzio, dallo Spirito di orazione e da parole di guarigione condivise. Se gli evangelizzatori/educatori sono afflitti da una sensibilità ottusa e priva di gioia, non c’è da stupirsi che ragazzi e giovani vivano annoiati: non può esistere un annuncio di vita e speranza senza sorriso.

Accolti come figli

Quando un ragazzo “difficile” sente di essere accolto e amato come figlio, la sua presunta sicurezza, la sua rabbia repressa, scompaiono. Rappresentano semplicemente il fallimento o l’assenza dell’amore vero e la presenza di una sensibilità sterile che non vede e non sente: “Sanno che esisto, però non mi vedono”. Se non si capisce il loro dramma siamo destinati a rimanere senza la gioia della paternità e senza figli nelle nostre case e nella Congregazione.

Una primavera nuova per la Congregazione

Le differenze di personalità dei due fratelli Cavanis sono state fertili, generative di un unico, grande e tenero amore per la gioventù. Se ciascuno di noi riuscisse a scoprire il piacere di immaginare tutti i confratelli, pur diversi l’uno dall’altro, come “veramente padri della gioventù”, allora in Congregazione avrà inizio una nuova primavera. Lo Spirito ci darà il dono di parlare altre lingue e quella vera dell’educazione paterna, l’amore “che vince la paura della paura stessa, con il coraggio di rifiutarsi di restarne schiavi”. “Dunque eccitare ed accendere sempre più una particolare tenerezza verso la gioventù, a ciò spinta dal gusto che si dà a Dio, che la ama con affetto distinto”.

La verità che libera

Soltanto quando guardiamo indietro alla nostra vita ci rendiamo conto come Dio sia sempre stato con noi. Se poi abbiamo il coraggio di affrontare la vergognosa verità delle nostre divisioni e scandali, questa verità ci renderà liberi e la tristezza si cambierà nella gioia del perdono. Questo può significare essere “potati” dalle illusioni e dai pregiudizi reciproci, dalle paure e dalle ideologie miopi, dall’arroganza e dalla presunzione.

Corresponsabilità, non interesse personale

Ciò che isola è il restare intrappolati in desideri ristretti, piccole soddisfazioni su come ottenere uno status o battere qualche oppositore. Le recenti crisi nella nostra vita consacrata hanno reso quella della corresponsabilità una questione di massima urgenza, a dirci che la “campana sta suonando anche per noi” e non tra cinque o sei anni, fino al prossimo Capitolo. Adesso.

“Io sono perché noi siamo”, dice un detto africano. La nostra idea di corresponsabilità invece è “interesse personale negoziato”, con protagonista assoluto l’Io, l’io di iPhone, di iPad, clericalismo nascosto dietro un ruolo, un volto che diventa una maschera. Identità tossica e ristretta.

Ritrovare umiltà, reciprocità e vita vera

C’è bisogno di trasparenza, responsabilità e umiltà di imparare, eliminando generalizzazioni, pregiudizi, divisioni tra destra e sinistra, progressisti e tradizionalisti. Gesù non sta in nessuna di queste parti, convince con la sua relazionalità, la sua reciprocità, uguaglianza e libertà. In questo suo agire scopriamo chi siamo: sono gli altri che hanno fatto di ciascuno di noi le persone che siamo. Homo unius libri timeo, dicevano gli antichi; le monoculture, le visioni uniche, sono ecologicamente morte, distanti dalla vita concreta della gioventù. Esse generano solo persone che “hanno l’intima presunzione di essere giusti”, come dice la parabola del Vangelo di Luca.

P. Diego Spadotto, CSCh

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