Questa è anche la nostra ora

Una chiamata a riscoprire la gratuità di Dio, la gratitudine e la credibilità educativa, nel tempo delle prove.

Un’ora notturna che purifica lo sguardo

“Questa è la nostra ora”. “L’ora notturna della luna, in cui, come religiosi, siamo chiamati a riabilitare la vista interiore alla visione dell’essenziale e a liberarci dalle luci fatue di tutto ciò che non è Vangelo vissuto e incarnato” (S. Brambilla). Per tornare a risplendere con Gesù, “Sole di Giustizia”, è fondamentale riscoprire la gratuità dell’amore di Dio e la virtù della gratitudine; tutto il bene fatto è stato dono e grazia.

 

Chi è riconoscente capisce di più la gratuità dei doni ricevuti, non mette in concorrenza Dio con altre fonti di gioia e non si stanca mai di ringraziare nelle prove legate alla vocazione e alle sfide nel campo dell’educazione della gioventù. P. Antonio Cavanis non si stancava di ripetere che nel ministero educativo “con i giovani occorre stare insieme con loro e tanta pazienza”; più tardi ha fatto eco Don Bosco: “con i ragazzi occorre perdere tempo e pazienza”. Vale più di tante prediche e buoni consigli a costo zero.

“Stare insieme e pazienza” sono prove di resistenza: “Felice l’uomo che sopporta le prove con perseveranza… che fissa lo sguardo nella legge della libertà, e le resta fedele” (Gc 1, 12-25).

Gratitudine e verità nel tempo della vergogna

La gratitudine per la gratuità del dono della vocazione va alimentata, in questo tempo di tristezza e vergogna, perché non sappiamo fino a che punto il non aver denunciato gli scandali o l’aver impedito che se ne parlasse con libertà, ha messo a repentaglio la Chiesa stessa.

Il silenzio complice non fa perdere forza al male: lo aumenta; è ottima copertura per personalità narcisiste, sociopatiche, pericolose. “È accaduto di provare imbarazzo e vergogna. Alcuni hanno trovato il coraggio di ammetterlo, altri hanno fatto finta di niente. I primi hanno guadagnato considerazione; gli altri hanno perso credibilità”.

San Francesco, poco prima di iniziare un capitolo, parlando con un confratello, gli disse: “sai quando mi sembrerebbe di essere davvero un frate minore? Metti che i frati vengano da me per invitarmi al capitolo, e io, commosso della loro devozione, ci vado insieme a loro. E quando sono tutti radunati, mi pregano di annunciare la parola di Dio… E finita la predica, mi dicano: non vogliamo che tu comandi; non sai parlare e sei troppo semplice e ci vergogniamo di avere un capo così spregevole, d’ora in poi non osare più di chiamarti nostro capo. E così mi caccino via insultandomi. Ebbene, non mi sembra di essere davvero un frate minore se non gioisco quando mi insultano e mi scacciano”.

Accettiamo l’umiliazione per tornare ad essere credibili.

La coscienza come bussola e il dovere educativo

La nostra coscienza non ha sempre ragione, ma noi abbiamo sempre torto se non la seguiamo quando ci invita a fare “mea culpa”. È l’unica bussola a cui rifarsi in ogni circostanza: essa fonda la libertà e le scelte.

Papa Leone: “In un’epoca segnata da profonde polarizzazioni e da crescenti disuguaglianze, l’educazione può e deve essere una delle leve più efficaci e trasformative per favorire lo sviluppo umano integrale globale”. “Inaugurare una nuova stagione che coinvolga con nuovo animo e progettualità le costellazioni educative, chiedendo loro di diventare vere e proprie mappe di speranza nel mondo di oggi”. “L’educazione dei poveri non è un favore, ma un dovere… è l’espressione più alta della carità”.

Tornare alla fedeltà al Carisma è la scelta migliore: va fatta con umiltà e responsabilità verso Dio e la gioventù.

I Cavanis: amare molto, educare con speranza

I Cavanis, a riguardo delle necessità educative della gioventù, hanno ragionato poco e amato molto. Hanno insegnato che ogni ragazzo è degno di rispetto, merita di essere accolto come figlio, “non come uno da aggiustare”, non deve sentirsi solo e non deve avere paura di sbagliare.

La grandezza dell’opera educativa è far sentire ogni ragazzo necessario, non tollerato. I Cavanis non hanno perso tempo a lamentarsi del “mondo”: hanno fatto qualcosa di utile per la società, accettando anche le umiliazioni, “accogliendo tanti ragazzi feriti dalla vita come figli della loro famiglia, convinti che hanno più bisogno di amore quando lo meritano meno”.

La loro porta era sempre aperta ad accogliere: una vera famiglia non è un confine ma una scelta. L’amore educativo che si alimenta di speranza non va mai sprecato: nessun ragazzo è perduto se qualcuno decide di essere la sua famiglia.

Padre Diego Spadotto, CSCh

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