“Vuoi guarire?… Alzati prendi la tua barella e cammina”

Ci vogliono religiosi e giovani, qualcuno, insomma, che prenda in mano questo “insieme di persone insicure” e lo faccia diventare una squadra...

Formazione.
Formazione.

Questa pandemia è un grande trauma dell’umanità e, al tempo stesso, costituisce una sorta di microscopio che ingrandisce criticità latenti nella nostra società. L’esistenza è diventata sopravvivenza: siamo passati in tempi rapidissimi dalla preoccupazione del benessere e della qualità della vita alla questione della sopravvivenza. Nella nostra civiltà, che prima del virus avevamo definito con orgoglio “del sapere, dell’informazione, del benessere”, si è smarrito il significato dell’esistenza, del tempo di vita che abbiamo a disposizione. Anche la scienza è piena di dubbi.

Ma allora, come è possibile che non nasca quel senso profondo del mistero insito nella nostra cultura. Il mistero non è una domanda, è una risposta; è qualche cosa che ci porta a dire: non sappiamo. Socrate affermava che bisogna sapere di non sapere.

Quando siamo nella disperazione o nella delusione, Dio dissotterra la nostra speranza e ci chiede, come al paralitico della “piscina dei cinque portici”: “vuoi guarire”? (Gv 5, 1-18). Fai, poi, come il cieco Bartimeo, getta via il mantello delle tue certezze e balza in piedi (Mt 20, 29-34). A volte ciò che può impedirci di cambiare/convertirci  non è la nostra “piccola statura”, come nel caso di Zaccheo, ma la “folla”. La mentalità del “gregge” ci fa propendere per “si è sempre fatto così”. Si cambia attraverso un lento processo di trasformazione mentale e poi: “alzati prendi la tua barella e cammina!” (Gv 5,8). 

Questo processo è rappresentato nella Bibbia anche da una lotta: la lotta di Giacobbe, durante la notte, con l’angelo, al guado del rio Iabbock. Giacobbe ne esce ferito ma cambiato in meglio, si mete in cammino e diventa Israele.  Chi non cambia mai la propria opinione deve verificare se non sta lasciandosi condurre da orgoglio e pregiudizi. È difficile avere sempre l’assoluta certezza di aver giudicato bene. Forse è opportuno e necessario essere disposti a cambiare opinione, quando alcuni dati, che in precedenza avevamo ritenuto corretti, si rivelano  falsi o fuorvianti o quando una nuova esperienza ci apre gli occhi su aspetti che avevamo ignorato.

Cambiare opinione non è facile, perfino quando ci sarebbero buoni motivi per farlo. C’é un meccanismo cognitivo che ci porta a ignorare del tutto dati e fatti che contraddicono le nostre opinioni, e a cercare solo gli elementi che le confermano. Così, nella vita tendiamo a frequentare persone che hanno opinioni simili alle nostre, ci fa sentire più al sicuro. Rafforza la sensazione di essere nel giusto. Ma non ci aiuta a capire meglio le cose, o ad acquisire punti di vista equilibrati.

Il non cambiare opinione é generalmente apprezzato come segno di coerenza e di rigore. Ma, può succedere a tutti di fare una valutazione sballata, e di prendere conseguenti decisioni che si rivelano, nel tempo, disastrose. Eppure, perfino in questi casi c’è la tendenza a non ricredersi.  Anche se facciamo di tutto per preservarle a oltranza, le nostre opinioni sono molto meno solide di quanto immaginiamo. Risultano, invece, liquide. Potremmo essere un po’ più aperti, e più disponibili a cambiare consapevolmente opinione, quando nuovi dati, nuovi contesti ci suggeriscono di farlo.

La coerenza è senza dubbio un valore, ma un po’ di flessibilità ci aiuta ad affrontare in modo più creativo e produttivo i cambiamenti, a gestire meglio l’incertezza del presente e le sfide del futuro. Oggi, la Congregazione ci consegna dei beni/opere per amministrarle per i poveri e non per fare affari, con visione profetica di futuro e non con mentalità da contabili di una azienda. Siamo chiamati ad essere buoni amministratori dei beni del Signore che sono le persone, come lo sono stati i nostri santi.

Solo così la Congregazione diventa generativa. Impariamo a costruire comunità fraterne e ogni progetto diventerà sostenibile anche economicamente.

Ci vogliono religiosi e giovani, qualcuno, insomma, che prenda in mano questo “insieme di persone insicure” e lo faccia diventare una squadra, dove non ci siano personalismi, accompagnando, sostenendo, motivando, e dove si lavori  e si parli più dei ragazzi  e delle loro problematiche, che di se stessi. Radicando il cambiamento nella storia e spiritualità dei Fondatori si può camminare verso il futuro con speranza. 

P. Diego Spadotto, CSCh